Muddy World

Finery Of The Storm

2006 (Tzadik) | etno-fusion

La Tzadik ha dedicato una consistente parte delle sue forze alla linea "New Japan", esasperando non poco le tecniche d'avanguardia rumorista dell'Estremo Oriente. Muddy World è però un progetto da passo indietro, che conta su Soeda Yusuke a chitarra e voce, Muratami Keita al basso e Sugita Kohei alla batteria. Il classico trio, insomma.

Siamo distanti dalle sperimentazioni cervellotiche di un disco di Merzbow, perché il tratto di continuità è segnato con lo stesso pastello del filone jazz-rock degli anni 70, salvo ricalcarlo intensamente coi toni del flamenco e delle corde vocali da cartone animato. Non è un caso, quindi, che i fraseggi iniziali di "Iron Ant" siano densi di quella carica folkloristica, più vicina alle tradizioni popolari dei quartieri di Siviglia che ai suggestivi richiami del Monte Fuji; ciò che invece rievoca pienamente la tradizione jazzistica tradizionale sono i tempi imposti, senza pause, da Sugita Kohei, conferendo, in tal senso, costanti diversificazioni all'insieme, all'intera struttura del brano. Le trame ricamate dal trio sono un collage di mescolanze etniche e di contrattempi legati anche al post-rock e a certe durezze astratte proprie del math-rock; sembra incredibile, quindi, che possano coesistere tante componenti, diversissime nell'apparenza, ma abilmente e sapientemente condite senza mai cadere nel vortice dell'inadeguatezza.

Diciamo che, se proprio vogliamo fare il ritratto di un piccolo difetto di perfezione, si possono notare i particolari di una evidente irreprensibilità tecnica. Tutti i passaggi, però, sono "pieni" al punto da trasmettere un ottimo senso della melodia, una forte propensione al dialogo tra gli strumenti e un paradossale rigetto dell'autoreferenza. Infatti, non si nota alcun solipsismo proprio in virtù dell'incameramento di decine di contaminazioni esterne, mai davvero stravolte.
Così, ascoltando la stupenda "Muddy Floor" posta appena dopo la metà del piatto, si sbatte di fronte al muro di gomma di un fumetto, con tutte le nuvole del caso riempite da frasi-sorpresa. Il tema è di ciclica varietà, intervallato da un canto dimesso quanto il sussurro della persona preoccupata da ciò che dice. Ovviamente, la ragnatela musicale ha diversi punti di fuga lasciati dalle corde stoppate della chitarra e dallo slapping accennato del basso, tappati in seguito o dalle stesse voci o da improvvisi accordi in settima ambientale. Roba da paura, in fin dei conti, affatto penalizzata dalla pseudo-freddezza d'impatto che non si rivela mai tale.

"Apollo" è una delicata istantanea di quella quiete che ondeggia, "soave", sui bordi di un ruscello posto al centro di un'antica dimora nipponica; le note scorrono su di un filo, appoggiandosi, qua e là, sui cambi di tempo avanzati con timidezza da Kohei. La metafora continua in "Granada", a conferma di un' improvvisa diramazione verso melodie cariche di pathos e di una maggiore spiritualità: un ritorno annunciato in atmosfere lente, ora veramente vicine alla quiete pastorale del monte dove i tre (o John Zorn?) hanno deciso di dar vita alle loro ispirazioni.
Il disco, in definitiva, è una bella disamina sul ruolo potenziale della nuova fusion, calda ed esibita con discrezione, soprattutto nella seconda parte più "patafisica".

(25/04/2006)

  • Tracklist
  1. Iron Ant
  2. Lilac
  3. Fever
  4. Duel
  5. Dewfall
  6. Granada
  7. Muddy Floor
  8. Apollo
  9. Cut
  10. Neon
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