Jon Foreman

Fall, Winter, Spring, Summer

2008 (Lowercase People/ Credential) | songwriter

Come il migrare delle stagioni, i giorni dell’uomo si avvicendano secondo un percorso misterioso. Quale strada può condurre a rimettersi in discussione quando tutto sembra suggerire che hai ormai conquistato la tua porzione di mondo? Audacia? Ambizione? Calcolo? O piuttosto il bisogno di andare alla ricerca di qualcosa che ancora continua a ferire per la sua assenza?
“Il successo”, sostiene Jon Foreman, “ti ricorda che non c’è nulla di quanto questo mondo abbia da offrire che possa saziare la tua fame più profonda”. Dischi di platino, nomination ai Grammy, un contratto dorato con la Columbia: in una decina d’anni la band di Foreman, gli Switchfoot, ha realizzato in pratica tutti i più classici sogni dell’immaginario rock. Eppure, il trentaduenne songwriter californiano ha deciso di abbandonare le certezze di una major per dare vita insieme ai suoi compagni d’avventura ad un’etichetta indipendente, la Lowercase People. E prima di affrontare la sfida di un nuovo album sotto l’egida della band, che punta quest’anno alla definitiva consacrazione mainstream con la colonna sonora del nuovo episodio della saga delle “Cronache di Narnia”, Foreman ha deciso di ricominciare dalla sua parte più autentica, custodita nel corso degli anni nel segreto di un cuore sempre inquieto: ecco arrivare così una serie di Ep solisti, uno per ogni stagione, oggi raccolti nei due volumi “Fall & Winter” e “Spring & Summer”, in cui Foreman sembra volersi mettere a nudo senza nulla da difendere o da stringere a sé.

L’evoluzione di Foreman attraverso la sua tetralogia di Ep segue un percorso cadenzato dall’avvicendarsi delle stagioni, che a dispetto delle apparenze non si chiude in una ciclicità naturalistica fine a sé stessa, ma si protende piuttosto verso una maturazione dello spirito che trova terreno fertile tanto nelle scelte espressive quanto nelle atmosfere di fondo.
In questo senso la sequenza stagionale degli Ep, contenenti ciascuno sei brani, è particolarmente significativa, poiché attraverso i cambiamenti della natura vengono in realtà descritte le fasi di una progressione personale, dove l’uomo è simbolicamente raffigurato come un albero che muta la sua chioma fino a raggiungere il verdeggiante rigoglio estivo. Ad introdurre  in questo ambizioso progetto solista è “Fall”, il capitolo autunnale, che nella metafora di “stagioni dello spirito” sembra esprimere, coi suoi toni dimessi e malinconici, la condizione dell’uomo, alla continua ricerca di qualcosa che lo liberi dal senso di oppressione. Il successivo Ep, “Winter”, si rivela la naturale prosecuzione di “Fall”: la desolazione del cuore che nel primo Ep rappresentava il tema dominante raggiunge qui il suo punto più alto con l’introduttiva “Learning How To Die”, sciogliendosi poi nella scoperta di un conforto al quale anelare, dolcemente, per poter vincere il senso di abbandono.
Le atmosfere soffuse di questo primo volume “Fall & Winter” sono caratterizzate da un picking gentile, che se da una parte si lascia accarezzare da morbide movenze pianistiche (“My Love Goes Free”), dall’altra si fa sfiorare appena da timide incursioni di archi (“Southbound Train”, “Somebody’s Baby”) e soprattutto da ammalianti sussurri di fiati (“The Cure For Pain”, “The Moon Is A Magnet”, “Learning How To Die”), creando nel complesso un mood di intimo tepore e di raccoglimento degno della malinconia meditativa di Damien Rice, che culmina nella suggestiva litania di “In Love”, uno dei brani emotivamente più intensi dell’intero ciclo.

Con il terzo Ep le cose cambiano in maniera drastica, come preannunciato dalla gioiosa e scanzonata “March (A Prelude To Spring)”, primo brano del capitolo primaverile. La solitudine è annientata da una nuova consapevolezza dell’amore divino come essenza stessa della realtà, che si contrappone con i suoi toni solari alle atmosfere in prevalenza pacate dei due precedenti Ep. Il percorso prosegue e termina con “Summer”, dove la rafforzata percezione di amore e salvezza eterni arricchisce i toni di celebrazione già espressi in “Spring”, maturando in un sentimento di pacificazione che raggiunge il suo vertice nel celestiale epilogo di “Again”.
Gli arrangiamenti del volume “Spring & Summer” vanno di pari passo con la rinascita spirituale di Foreman: a fare la differenza è soprattutto la batteria, che se in precedenza era sommessamente relegata ad un lieve palpitare, ora sembra quasi risvegliarsi da un lungo sonno, entrando di diritto tra gli strumenti protagonisti e donando ai brani un aspetto più corale (“Love Isn’t Made”, “Resurrect Me”), piuttosto lontano dall’attitudine solista predominante nel precedente volume. Sebbene non manchino anche qui momenti di intimo songwriting, è la luminosità ad essere completamente nuova, sottolineata da piccole scintille di glockenspiel (“In My Arms”), da guizzi alla Sufjan Stevens (“Baptize My Mind”) o da sognanti sussurri di armonica (“The House Of God, Forever”). Gli stessi strumenti che accompagnavano i lievi fraseggi chitarristici in “Fall & Winter” in questo contesto assumono una connotazione del tutto rinnovata, come nel caso dei fiati, che risuonano in più occasioni sottilmente magnificenti (“A Mirror Is Harder To Hold”, “Instead Of A Show”) o addirittura trionfali (“Your Love Is Strong”).

Jon Foreman canta parole antiche con l’intensità di chi le sente vibrare di un’esperienza presente. I suoi versi sono intessuti di riferimenti biblici, dal lirismo dei salmi di “White As Snow” e “The House Of God, Forever” ai moniti profetici di “Equally Skilled” e “Instead Of A Show”. E quando si confronta con la parafrasi evangelica di “Your Love Is Strong”, a parlare è il risvolto più intimo del suo animo.
Le certezze di Foreman sono percorse da interrogativi in cui il punto di partenza è sempre il senso della propria incompiutezza. Lo sguardo corre all’indietro, ai dieci anni di successi vissuti con gli Switchfoot: “I’ve spent ten years trying to sing these doubts away / But the water keeps on falling from my eyes”, confessa Foreman in “The Cure For Pain”.
È il paradosso di una fame che invece di saziarsi aumenta ogni giorno di più. Salvarsi dall’illusione di sé stessi, risorgere: l’unico riscatto possibile dalla condizione umana è un capovolgimento di prospettiva. “This was revenge / That love had descended / And stolen our pain away”. Amore e sacrificio non sono più un ossimoro, ma si congiungono lungo una linea misteriosa, tratteggiata nei versi di “Baptize My Mind”: “For these seeds to give birth to life / First it must die”.
Le stagioni di Foreman sono un volgersi dello sguardo verso il significato dell’amore, della morte, della storia stessa. Lo sguardo di chi sa che il fuggire del tempo non è altro che lo spartito di un’unica domanda: “Come creatore di canzoni, ho la possibilità di prendere tutti questi frammenti spezzati di fallimento e caos ed intrecciarli in qualcosa pieno di bellezza e significato. Distruzione. Morte. Caduta. Se Dio è un songwriter, allora anche queste mie foglie cadute possono essere redente”.

(04/07/2008)

  • Tracklist
Fall
  1. The Cure For Pain
  2. Equally Skilled
  3. Lord, Save Me From Myself
  4. The Moon Is A Magnet
  5. My Love Goes Free
  6. Southbound Train

Winter

  1. Learning How To Die
  2. Behind Your Eyes
  3. Somebody’s Baby
  4. White As Snow
  5. I Am Still Running
  6. In Love

Spring
  1. March (A Prelude To Spring)
  2. Love Isn’t Made
  3. In My Arms
  4. Baptize My Mind
  5. Your Love Is Strong
  6. Revenge

Summer
  1. A Mirror Is Harder To Hold
  2. Resurrect Me
  3. Deep In Your Eyes
  4. Instead Of A Show
  5. The House Of God, Forever
  6. Again
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