Woven Hand

Ten Stones

2008 (sounds familyre) | songwriter

Pur essendo un disco di ottime canzoni, “Mosaic” lasciava intravedere qualche segno di stanchezza nella musica di Woven Hand. E’ come se Dave Eugene Edwards, trovato il giusto formato, avesse innestato il pilota automatico senza tener conto delle coordinate originarie del progetto, votato a far coesistere tradizione e modernità, sperimentazione sui suoni e songwriting, scenari southern gothic e cupi immaginari est -europei. Insomma Woven Hand è principalmente un narratore di immagini attraverso suoni più che un semplice cantautore, nonostante testi di una spiazzante visionarietà, bastanti di per se a raccontare storie.

Ora, questo “Ten Stones” certamente non marcherà uno step importante nella ricerca sonora di Edwards, come il primo omonimo o, soprattutto, come “Blush Music”, ma segna comunque un cambiamento abbastanza netto rispetto a “Mosaic”. Chiamati alla produzione Daniel Smith dei Danielson e Emil Nikolaisen dei Serena Maneesh, il disco scorre con una certa linearità, ed è molto più roccioso - o rock se volete - dei predecessori tanto da ricordare in più di un frangente i 16 Horsepower, quelli di “Secret South” soprattutto.

Le chitarre per dire, suonano sature di distorsioni, più che avvolgenti come in passato mentre, fatta eccezione per “Iron Feather” e per la bellissima cover del classicone “Quiet Night Of Quiet Stars” di Antonio Carlos Jobim, mancano quasi del tutto quei rintocchi atmosferici che avevano reso così peculiare la musica di Woven Hand finora.
E poi ogni volta si ascolta un disco di Dave Eugene Edwards sembra che la fine del mondo sia di lì a un passo dal realizzarsi. Così l’iniziale “The Beautiful Axe”, “Not One Stone” e “White Knuckle Grip” sono i classici midtempo furibondi alla 16 Horsepower, talmente sferzanti e declamatori che paiono schiodare Cristo dalla croce.

Tuttavia è sempre il suo songwriting indemoniato a fare la differenza - diciamoci la verità, superiore di almeno due spanne alla media dei cantautori attuali - soprattutto nei prezzi più lenti e meditabondi (“Cohawkin Road”, “Horsetail), mentre a chiudere il cerchio pensano gli incubi sudisti alla Erskine Caldwell di “Kingdom Of Ice” e “His Loyal Love”. Una nota di merito particolare va alla tenuta complessiva del disco. Se gli album precedenti, infatti, presentavano qualche caduta di tono, “Ten Stones” mostra una qualità uniforme per l’intera durata. E che il signore sia con noi.

(28/08/2008)

  • Tracklist

1. Beautiful Axe
2. Horse Tail
3. Not One Stone
4. Cohawkin Road
5. Iron Feather
6. White Knuckle Grip
7. Quiet Nights Of Quiet Stars
8. Kicking Bird
9. Kingdom of Ice
10. His Loyal Love
11.

 

 

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