Ho conosciuto David
Petts. Una giacca troppo grande, un sorriso largo e sincero, la parlata lenta e
misurata, uno sguardo curioso e sereno che accompagnava un viso spigoloso e
vigile. Poi l’ho visto suonare su di un palco minuscolo e guidare
un’improvvisazione irradiante asimmetria ed un sentimento atonale sapientemente
sporcato da getti improvvisi di un free jazz obliquo che parte dal Peter
Brötzmann di “Nipples” per arrivare, e non è per niente facile, al primo Eric
Dolphy.
La musica dei Remote
Viewers si è fatta notturna. Finiti i tempi di “Sinister Heights”, in cui la
pura avanguardia occupava il posto che è ora di un sentire dark (non “oscuro”; proprio noir, “velato”), è ora il momento di un
timido tripudio di fioche luci cittadine, del cinismo urbano violato dagli
squarci di reminiscenze visive particolarmente care a esponenti dell’avanguardia
viscerale come Evan Parker. Un Parker che ritroviamo nel quartetto di sax
(David Petts, Adrian Northover, Caroline Kraabel e Sue Lynch) che riesce
nell’intento – a volte puramente utopico – di spaziare seguendo il proprio
istinto senza uscire da un percorso segnato da un’estetica semplice nella forma
ma estremamente complessa nella sostanza.
D’altronde se le sette
tracce di “To The North” hanno un merito è proprio quello di non estraniarsi da
un contesto comune, di non perdere di vista un arrangiamento asciutto e lineare
a scapito di un’enfasi creativa sempre pericolosamente in agguato quando si
esce dalla forma-canzone per entrare nell’avanguardia.
Per dirla con Brecht (a
cui il combo inglese ha dedicato “The Minimum Programme Of Humanity: Sung Words
By Bertolt Brecht” nel 2002): “perché le cose stanno come stanno che non
resteranno come stanno”. Ed è proprio questo il motivo per cui, forse inconsciamente,
David Petts parla di album coerente col passato, con la ricerca filomusicale di
lavori costantemente votati alla rottura di schemi immobili e onnipresenti
anche nell’intricato universo avanguardista. “To The North” è invece, a suo
modo, un’evoluzione: il corpo si espande (il terzetto diviene settetto) e la
mente si apre liberandosi dalle tracce di elettronica del passato e rendendo più
fluido lo scorrere del sonoro attraverso quel sentire logico ma complesso che è
uno dei punti di forza dell’ultimo lavoro.
Una sezione ritmica di
tutto rispetto vede John Edwards al basso e Mark Sanders alla batteria con in
più Rosa Lynch-Northover alla marimba.
Viene
da domandarsi se la musica dei Remote Viewers non sia pronta per dare voce al
mezzo cinematografico e la risposta, scontata, riflette la palese inclinazione
del settetto a un suono fortemente descrittivo, colorato la cui presenza
timbrica illumina (o per meglio dire: dolcemente rabbuia) i vicoli di una città
in costante evoluzione e doloroso conflitto con se stessa.
25/01/2011