Satellites

01

2012 (Vesterbrother) | alt-rock

Johnny Vic aka Satellites potrebbe benissimo essere uno degli artisti più sottovalutati del 2012, non fosse altro che a Vic di essere giudicato probabilmente non importa poi molto: una distribuzione importante come quella Rough Trade è vero, ma una visibilità al contrario oltremodo limitata. Nessuna informazione personale reperibile tranne la provenienza dal Regno Unito, un bel sito ufficiale dove ascoltare il disco, ammirarne i visual abbinati alle canzoni e nient’altro. Una condizione di quasi totale anonimato strettamente voluta, così come recita l’etichetta affissa sul disco: “It doesn’t matter who wrote this album, what matters is that this album had to be written”. L’opera di un songwriter scritta e registrata in giro per il mondo, prima di tutto per la propria soddisfazione e solo in secondo luogo, per il pubblico.

“I live in a city/ Where I don’t speak the language/ But everyone speaks mine/ Not the best environment for a paranoid mind”: l’introduzione all’universo Satellites è diretta eppure leggera, Vic si appoggia su pochi accordi di chitarra, mentre quasi sussura l’incipit. Preludio quieto, confortante e nello stesso tempo, paradossalmente teso, in aperto contrasto con le parole; a spezzare l’inquietudine l’ingresso in crescendo di un drumming National-oriented. Proprio la band dell’ Ohio pare essere il riferimento principale, pur non possedendone la profondità vocale di Berninger, sopratutto nelle intuizioni melodiche (“Where Love Lies Bleeding”), piuttosto che nella capacità di creare quel mood da malinconia urbana - “Railway Line” - tanto affine alla band dei fratelli Dessner.

Le canzoni sono in larga parte costruite attorno al piano, sopra al quale viene tessuto un pattern ciclico: adagio in partenza e successiva progressione, spesso sorretta anche da corni e parti di cantato corale; non mancano le eccezioni, siano queste puri cambi di ritmo come la più uptempo “Small Neighbourhood” o aperture verso altre influenze, partendo dalla new wave modello primi New Order (“Mindreading”), passando attraverso un raffinato chamber pop (“Best Days Of Our Lives”) e concludendo con un'incursione nel dark-folk (“Boy Cries Wolf”).
Questo modello porta a inevitabili momenti di stallo, vedi “Calm Of The Water”, dove la scelta appare essere più di comodo che stilistica, o a forzature come l’imposizione di una lunga coda strumentale alla conclusiva “Sale Of The Century”, strabordanti tentativi di porre enfasi eccessiva anche laddove non ce ne sarebbe occorrenza.

Difetto di molti esordi è quello di essere semplici schizzi di pittura assemblati assieme, meri appunti di viaggio riuniti e spacciati per racconti; "Satellites.01", al contrario, ha la prerogativa della coesione, una grande tela dipinta nella sua unicità. Non un disco che introduce novità, ma estremamente coraggioso nelle scelte che hanno portato alla sua realizzazione. Ogni tanto, anche queste cose, servono.

(21/12/2012)



  • Tracklist
  1. In A City
  2. Railway Line 
  3. Small Neighbourhood
  4. Best Days Of Our Lives
  5. Mind Reading
  6. Calm Of The Water
  7. Where Love Lies Bleeding
  8. Boy Cries Wolf
  9. Sale Of The Century 
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