Arborea

Fortress Of The Sun

2013 (Esp-Disk) | psych-folk

Eccoci punto e a capo. Credi di aver decrittato l'incantesimo alla base della musica di Buck e Shanti Curran, di averne decifrato ogni piega e di riuscire a imbrigliarlo nelle maglie della tua comprensione. Peccato (o meglio, per fortuna) che le cose, ancora una volta, non vadano esattamente in questo modo: ne sia prova tangibile “Fortress Of The Sun”, quinto lavoro sulla lunga distanza per gli Arborea, che segna il passaggio ai blasoni di un'etichetta storica quale la ESP-Disk di Bernard Stollman (che ha accolto nella sua etichetta personaggi quali Albert Ayler, Ornette Coleman, i Pearls Before Swine, e molti altri ancora).
È che nelle malie recitate con garbo arcano dalla voce di Shanti, in quel pizzicare lunare, gentilmente onirico di chitarra, nonostante l'essenzialità di una formula oramai pienamente cosciente delle proprie potenzialità, non trova spazio, nemmeno come remota ipotesi, la prevedibilità, scongiurata dalla ricercatezza sui timbri che prosegue sulla strada tracciata dal minimalismo folk dello scorso “Red Planet”. Il risultato è che la coppia, nel privato della sua intesa, ha saputo confermarsi nuovamente, lanciando nuovi spunti pur nel solco di una continuità gestita con solida fermezza.

Di fatti, è sempre quella psichedelia in punta di piedi, persa in un alveo avulso a concetti quali spazio e tempo, a farla da padrona nelle raminghe confessioni dei coniugi Curran, una concezione di folk che ragiona per concetti e tematiche elementari con una forza e un'efficacia davvero paradigmatiche, delle quali forse nemmeno gli esponenti per così dire “maggiori” del suono psych a stelle e strisce si sono fatti portatori. Lente ballate dai tratti antichi dischiudono quindi la propria severa, intima saggezza con passo graduale, misurato, con una gestualità che rievoca il fascino selvaggio del loro Maine (“After The Flood Only Love Remains”, “Pale Horse Phantasm”).
Di rimando, ipnotici giochi di prestigio irrobustiscono il rituale panico officiato dal duo, che tanto nel ripescare la tradizione anglosassone (la splendida versione di “When I Was On Horseback”) quanto in più rapidi fraseggi per sola chitarra e flauto (“Rua Das Aldas”, incline alla poetica incantata degli Espers), rendono manifesto quel senso di profonda spiritualità, quella comunione trepidante col paesaggio circostante, che nel fine ordito ambient di “Ghost” raggiunge un ulteriore grado di sublimazione.

Insomma, di fronte a tanta forza evocativa, è difficile non capitolare. Siamo di nuovo punto e capo, ma è davvero un piacere tornarci.

(05/07/2013)

  • Tracklist
  1. Pale Horse Phantasm
  2. Daughters Of Man
  3. After The Flood Only Love Remains
  4. Ghost
  5. Rider
  6. When I Was On Horseback
  7. Rua Das Aldas
  8. Cherry Tree Carol
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