Skunk Anansie

Anarchytecture

2016 (Ear Music) | pop-rock

Nel 2016 sarebbe una pretesa irragionevole chiedere agli Skunk Anansie di suonare ingenui e incazzati come venti anni fa, quando la loro attitudine crossover li faceva inciampare indistintamente nel rock e nel pop, nel punk e nel metal, con pezzi sporchi e rabbiosi come "Selling Jesus", "Little Baby Swastikkka", "Weak" e "On My Motel TV". Gli angoli sono stati smussati da molto tempo ormai. Quindi nessuno ha battuto ciglio quando "Love Someone Else", con la sua attitudine da pop-rock danzereccio, ha iniziato a entrare nelle nostre case attraverso la campagna pubblicitaria di una nota compagnia telefonica, già da qualche settimana. Anzi, per certi versi si è anche fatta apprezzare grazie all'incedere ambiguo e sensuale nelle strofe e al ritornello catartico, che arriva senza alcun bridge di preavviso, a farti ballare, volente o nolente.
Ma, escludendo il tormentone "Love Someone Else", è difficile trovare un motivo per cui "Anarchytecture" dovrebbe essere ricordato. Se escludiamo, poi, la copertina del disco realizzata dall'artista italiano No Curves con pezzi di nastro adesivo che, in barba al campanilismo, conferisce un'aria creativa all'ultima fatica della band britannica, rimane ancora meno. Una manciata di pezzi finto-rock come "Beauty Is Your Curse" e "Bullets", che faranno la gioia di Virgin Radio, ma non dell'ascoltatore che esige qualcosa di più di un semplice sottofondo da fischiettare nel traffico. 

Anche l'altro volto degli Skunk Anansie, quello più sentimentale, ne esce con le ossa rotte. Le ballate, infatti, suonano insipide, a tal punto da far rimpiangere le hit della Skin solista; nella loro limpidezza mainstream e senza avere alcuna velleità rock, "Faithfulness", "Lost" e "Purple" erano infatti tutte una spanna sopra. Per non parlare, poi, di quanto fatto nei primi tre album con gli Skunk Anansie: in questo "Anarchytecture" si celebra definitivamente l'addio alla dolcezza e all'incisività di pezzi indimenticabili come "You'll Follow Me Down", "Hedonism", "Secretely" e "Infidelity", ma anche le più recenti "Because Of You" e "Talk Too Much" avevano fatto molto meglio.
Se l'obsoleta "Death To The Lovers" (presentata in anteprima mondiale a "Che Tempo Che Fa") risulta quantomeno sopportabile, la molesta e mal costruita "Without You" si stampa in testa dopo dieci secondi, senza lasciare il segno, mentre a concludere il disco viene chiamata "I'll Let You Down", che vorrebbe quasi impietosire l'ascoltatore, ma scivola via fiaccamente, tra uno sbadiglio e l'altro.

A mancare è quella ricerca del dettaglio capace di fare la differenza e sembra di avvertire, inoltre, una discrasia nella costruzione delle sonorità: arrangiamenti antiquati, strumenti in secondo piano (eccezion fatta per "Victim" e la strumentale "Suckers!", ovvero gli unici brani che riescono ad aggiustare un po' il tiro), non pervenuto neppure il mood elettronico di cui si è tanto parlato durante la promozione dell'album, e anche Skin sembra più fiacca di come ce la ricordavamo. Al di là della vocalità sempre empatica e seducente, sembra che la cantante abbia smarrito per strada quell'abilità nell'evocare atmosfere umide e inquiete, in grado di pervadere ma non invadere, di scuotere ed emozionare.

Se è impossibile - come è normale che sia - replicare la formula schietta e smaliziata degli inizi, sarebbe stato meglio affrontare la questione di petto e chiedersi se non fosse il caso di traghettare la propria produzione verso qualcos'altro, anziché continuare a inseguire gli spettri di un passato ormai troppo lontano, che imprigiona gli Skunk Anansie del 2016 in un limbo, con un disco, questo "Anarchytecture", che celebra le loro esequie come band.

(20/01/2016)



  • Tracklist
  1. Love Someone Else
  2. Victim
  3. Beauty Is Your Curse
  4. Death to the Lovers
  5. In the Back Room
  6. Bullets
  7. That Sinking Feeling
  8. Without You
  9. Suckers!
  10. We Are the Flames
  11. I'll Let You Down


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