Cappellaio matto dei giardini di Kensington. Menestrello apolide. Oliver Twist che s’imbottisce di cloralio e sogna di volare verso l’ “isola che non c’è”. Eugene è l’erede e il sapiente interprete di quell’onirismo quotidiano, di quel surrealismo borghese tipico della cultura anglosassone: normalità trasognata, follia coi piedi per terra, fodera color arcobaleno che sbuca da un Fumo di Londra.
E se in “The Early Learnings Of…” si affacciava timidamente al mondo esterno, sbirciandolo attraverso i fori di una coperta tirata fin sopra la testa, atterrito e insieme sedotto dai “mostri” minacciosi annidati “sotto il suo letto”, ora, “trovato l’interruttore”, il bambino prodigio dissipa la penombra della sua cameretta dilettandosi con giocattoli di quelli buoni, fatti come una volta, intagliati dai più grandi artigiani della melodia britannica.
Vibra a passo di skiffle con “Rings Around Rosa”, folleggia nel post-punk caramellato di “Fonz” che sembra i Maximo Park immortalati in un fotogramma di Richard Lester, coreografa un music(h)al(l) kinksiano come “Moscow State Circus”, scarabocchia il twee-pop di “Not So Academic” e “Night Shift”, volteggia il pop-rock barocco di “Atlas” e quello più muscolare di “Disneyland” in minuetti circensi, si lascia andare a numeri come “Those Old Black And White Movies Were True” e “Wendy Wonders”, facezie retrò, rispettivamente, anni 30 e 50.
Con un talento onnivoro, acrobatico, camaleontico, che reinventa questa variopinta e variegata texture armonica in chiave ludica, fiabesca, stralunata.
La quintessenza di una fantasia a briglia sciolta che proietta schegge di tradizione in un universo psichedelico e perturbante. Un’apnea pop di 36 minuti che neppure per un secondo concede all’ascoltatore di distrarsi, di non prendere sul serio questo forbito gioco di bambini, di indulgere nell’impressione che si tratti solo di un esercizio di stile.