Continua il calvario
ambient-drone-noise dei Robedoor, duo californiano guidato da Britt Brown della Not Not Fun. Ed è l’ennesima avventura tra i labirinti oscuri di una foresta tutta interiore, lungo i sentieri di un suono che intimorisce, che squarcia il velo della percezione, pur restando, essenzialmente, manifestazione di un disagio intimo e segreto.
“Closer To The Cliff” è così un’opera che segue traiettorie anche opposte, muovendosi dentro un limbo fatto di simboli ambigui, di accenti sibillini, di sfumature sfasciate. L’oscuro, melmoso sudario “battente” di “Divination Calling” si trascina dietro fantasmi di voci e mostri della psiche, veleggiando verso un punto non ben identificato dello spazio.
Al culmine del suo sudicio movimento, però, non si sfonda il muro, non si raggiunge l’altro lato, non ci si raggomitola nel buio, perdendosi, anzi, in uno stupore cupissimo, in un delirio di morte che, semmai, è da rintracciare negli abissi di questa terra. Come il rumore di fondo, dopo il disastro, tre note delimitano una malinconia senza fine, con finale leggermente scandito e “industriale”. Potrebbero essere gli
Stars Of The Lid che rifanno, prima del suicidio, i
KTL (“Cocoon Of The Cross”).
In “White Eyes & White Wail”, la dilatazione muta in
trip interstellare dominato dalle distorsioni galattiche della chitarra, come un
Helios Creed in
overdose in fuga sull’Enterprise. Un’altra malatissima dimostrazione di disperazione interiore, come, del resto, la stessa, conclusiva
dark-kosmische di “Tethered Outside Creation”.
Ancora una volta, Robedoor riesce bene nel suo intento di inquinare le nostre povere menti, e poco importa se alcuni passaggi sono tirati un po’ per le lunghe. Magari, l’effetto stordente e ipnotico ne guadagna...