Se
Brian Wilson fosse nato in un
ranch e Johann Sebastian Bach fosse stato un
folksinger, sicuramente sarebbero stati amici di Matt Ward. Per convincersene basta ascoltare il quarto album del chitarrista americano che si è dato il nome (non troppo fantasioso…) di M. Ward: perché quella polverosa
ouverture agreste intitolata "You Still Believe In Me" non è altro che una sorprendente
cover dell'omonimo minuetto pop contenuto in "
Pet Sounds", mentre la conclusiva "Well-Tempered Clavier" trasforma addirittura il clavicembalo del genio del barocco in un diligente tributo al
fingerpicking di
John Fahey…
Tra i due brani strumentali che, come da tradizione, fanno da prologo e da epilogo al nuovo disco del
songwriter di Portland, c'è spazio per oltre una dozzina di brevi scampoli acustici, dedicati all'epica delle vecchie radio libere di un tempo. Una raccolta di ritagli di giornale ingialliti eppure più che mai attuali, che con il loro senso di incompiutezza e la loro bassa fedeltà mai troppo spigolosa sembrano destinati a proiettare il nome di M. Ward sotto i riflettori di quella critica che non si stanca di andare in cerca di nuovi paladini dell'etichetta
pre-war folk.
In effetti, brani come "One Life Away" sembrano portare con sé l'eco remoto di un grammofono abbandonato nella soffitta di
Devendra Banhart. Nel complesso, però, il nuovo disco di M. Ward si avvicina più che mai al romanticismo ombroso del cantautorato di Townes Van Zandt e al country riflessivo di Gram Parsons, come testimoniano la
steel guitar di "Paul's Song", la morbidezza di "Radio Campaign" e "Lullaby + Exile" o l'omaggio a
George Harrison di "Here Comes The Sun Again": è un
Neil Young sotto la luna del raccolto, quello di "Transistor Radio", un
Dylan addolcito dal panorama di Nashville, capace di lanciarsi nell'ebbro boogie pianistico di "Big Boat", con
Vic Chesnutt e Jenny Lewis ai cori, per poi tornare alla caracollante andatura da cow-boy malinconico di "Fuel For Fire".
Ma se "Transistor Radio" conferma il talento di uno dei più delicati interpreti della moderna
americana, il suo scivolare verso stilemi
roots meno obliqui che in passato pone questo nuovo album un gradino più in basso rispetto alla brillantezza del precedente "Transfiguration Of Vincent". Solo quando, intorno alla voce soffice di M. Ward, si fa strada un sottofondo sfocato di distorsioni, riverberi e sibili sintetici, torna ad affacciarsi la lezione retrofuturista di gente come
Grandaddy e
Sparklehorse, regalando una ballata in perfetto stile
Giant Sand come "Sweethearts On Parade", accanto alla più tenue "Hi-Fi". Non a caso, è alla sensibilità sghemba del suo scopritore
Howe Gelb che la musica di M. Ward è stata più spesso accostata. E proprio il
leader dei Giant Sand compare al piano in due dei migliori episodi del disco, insieme al fedele
John Parish alla batteria. Così, mentre "Oh Take Me Back" si dipana increspata di polvere da
saloon, "Four Hours In Washington" prende la forma di una filastrocca folk degna di
Johnny Cash, ma con un incalzare di percussioni prese in prestito dai
Calexico, che sfociano nei paesaggi di frontiera dello strumentale "Regeneration no. 1".
E se le scure danze di "Deep Dark Well" e "Four Hours In Washington" sembrano voler raccogliere l'eredità di quella "Sad, Sad Song" che ha contribuito a fare di "Transfiguration Of Vincent" un classico deliberatamente
minore, il vertice di "Transistor Radio" arriva inaspettatamente dal passato: è quella "I'll Be Yr Bird" che era già presente sul disco d'esordio di M. Ward e che, con il suo arrangiamento scarno e il suo docile tocco melodico, segna una perfetta chiusura del cerchio: non resta che augurarsi che sia il prodromo all'aprirsi di nuove pagine, e non il primo passo verso la maniera.