Brian Wilson

That Lucky Old Sun

2008 (Capitol) | pop

They say that Brian's Back
well, I've known him for so long
They say that Brian's Back
well, I never knew he was gone

(Mike Love, 1978)

At twenty-five I turned out the light
'Cause I couldn't handle that glare in my tired eyes
But now I'm back drowing shades of kind blue skyes

(Brian Wilson, 2008) 

Brian's Back?

Di regola, le carriere soliste dei grandi nomi del passato riservano ben poche sorprese, in particolare con l'inesorabile avanzare dell'età. Eppure, recentemente è emerso un caso unico nel panorama internazionale, quello di Brian Wilson, in cui la regola sembra addirittura ribaltarsi. Nel giro di pochi anni, infatti, la mente dei Beach Boys è tornata a far parlare di sé, confrontandosi con il peso del passato in quello che sembra un gioco al rialzo: nel 2000, Wilson ha ripreso l'attività concertistica portando di lì a poco sul palco l'intero capolavoro del 1966, "Pet Sounds", riproposto per la prima volta dal vivo; non appagato, nel 2004, ha rievocato il fantasma di "Smile", il leggendario album perduto del 1967. Nel 2008, Brian Wilson firma il terzo capitolo più importante della sua carriera solista con "That Lucky Old Sun", nuovo ciclo musicale anticipato da una serie di esclusivi concerti alla Royal Festival Hall di Londra nell'estate dello scorso anno.

A poco più di un mese dalla sua uscita, l'album fa registrare opinioni opposte: c'è chi ha gridato al capolavoro, affermando che questa volta è davvero il caso di dire "Brian's back"; c'è chi invece l'ha considerato un discreto album fuori tempo massimo, ricordando che del presunto "ritorno" alla creatività di Brian si parla in modo più o meno credibile sin dagli anni 70 (nel 1978, "Brian's Back" diventò anche una canzone dei Beach Boys, scritta da Mike Love). Forse la verità sta in mezzo?

A parere di chi vi scrive, "That Lucky Old Sun" risulta il lavoro migliore e più rappresentativo di una carriera solista che, proprio quest'anno, compie vent'anni. Una carriera che ha conosciuto alti e bassi, così come all'interno dello stesso album non tutti i brani si pongono al medesimo livello. Il disco è diviso grosso modo in tre parti, scandite da quattro brani narrati e dal ritorno a tratti alterni del tema di "That Lucky Old Sun". La prima parte è di buona fattura, e offre in particolare due gioielli pop: "Good Kind Of Love" e "Forever She'll Be My Surfer Girl". Tuttavia non c'è molto in più rispetto al miglior mestiere del Brian Wilson solista, quello dell'album "Imagination" o di "A Friend Like You", per intenderci.

La parte centrale dell'album è quella che risulta meno convincente, in particolare le tinte un po' colorite di "Mexican Girl" e quelle un po' sbiadite di "Live Let Live", nonostante quest'ultima includa la partecipazione di Van Dyke Parks. Non del tutto convincenti nemmeno i quattro brani narrati, anch'essi con testi di Dyke Parks, che non aggiungono molto né a livello musicale che narrativo, perlomeno per l'ascoltatore italiano. Alla fine, tuttavia, per chi sa attendere, troviamo la marcia in più rispetto al recente passato: passando per gli echi di "Can't Wait Too Long", perla beachboysiana dimenticata, incontriamo due straordinarie ballate pianistiche che ricordano i lontani tempi di "Surf's Up" e che rivelano uno spiccato autobiografismo (esteso in realtà a tutto l'album): "Midnight's Another Day" e "Southern California".

Ad accompagnare la voce solista di Brian Wilson, quasi a compensarne il peso dell'età, i talentuosi Wondermints: un gruppo di giovani musicisti che eccellono sia nelle esecuzioni vocali che nella strumentazione; ormai da anni, i Wondermints seguono Wilson sui palcoscenici più prestigiosi e sono stati elogiati da personaggi come Paul McCartney ("sono la migliore band live in giro per il mondo") o Michael Nyman ("sono dannatamente bravi!"). Lo stesso Brian Wilson li ha definiti i migliori musicisti con cui abbia mai lavorato.

Sul versante dei credits, la maggior parte dei brani affianca alla firma di Wilson quella di Scott Bennett, polistrumentista dei Wondermints. Come abbiamo anticipato, spicca però il ritorno di Van Dyke Parks, geniale autore dei testi di "Smile" (in passato, Dyke Parks e Wilson avevano realizzato insieme "Orange Crate Art", un album in parte da recuperare). Con la sua scrittura surreale e frammentaria, l'autore di "Song Cycle" firma quattro brani narrativi che rappresentano quattro spaccati della vita californiana, e che fungono più che altro da "cambi di scena". Come di consueto, gli arrangiamenti e la produzione sono curati dallo stesso Brian Wilson, a cominciare dalla title track che apre l'album: si tratta della rielaborazione di una vecchia canzone americana, ai tempi portata al successo da Louis Armstrong, e che tra un brano e l'altro torna come vero e proprio leit-motiv, spesso con soluzioni interessanti (come nel passaggio "California Role/That Lucky Old Sun").

A prescindere dal giudizio che se ne vuol dare, “That Lucky Old Sun” è un album che assume uno spessore “storico” per almeno due motivi: il primo è che, dopo decenni, celebra il ritorno di Brian Wilson alla Capitol Records, l’etichetta per la quale uscirono gli album dei Beach Boys. L’altro motivo è che l'ex-Beach Boy realizza il terzo concept-album della sua carriera. Infatti, sebbene “That Lucky Old Sun” sia coerente con l’evoluzione stilistica di Brian Wilson solista, c’è qualcosa che lo avvicina piuttosto ai suoi capolavori passati, “Pet Sounds” e “Smile”, e si può persino azzardare che venga a completare tardivamente una sorta di trilogia. Il fatto che siamo davanti a un concept-album significa che dobbiamo adottare anche un'altra lettura, a un livello superiore, in cui si richiede che le singole parti siano valutate in relazione al "tutto", all’idea complessiva, alla storia che viene messa in scena. Lasciando al lettore ulteriori giudizi sulla qualità della proposta musicale dei singoli brani, è su questo livello superiore che ci soffermeremo nel seguito di questa recensione. Chi voleva leggere soltanto una recensione strettamente musicale su questo album, può fermarsi qui nella lettura (e abbassare il voto di mezzo punto). 


That Lucky Old Boy

La storia di Brian Wilson, una storia di genio e sregolatezza, di grandi capolavori e di grandi disagi psichici, è tra le più avvincenti dei nostri tempi. Ma nessuna storia è tale senza la parola “fine”. “That Lucky Old Sun” rappresenta il capitolo conclusivo: non della vita di Brian, ma della storia della sua vita. Di quella storia che il giovane Brian cominciò a raccontare tramite la sua musica sin dal 1961, celandosi dietro l’apparente solare spensieratezza dei Beach Boys. Poi, la svolta: nel 1966, spiazzando critica e pubblico, il ventiquattrenne Brian uscì allo scoperto e compose “Pet Sounds”, esprimendo la fine dei suoi anni giovanili e regalando ai posteri un’opera universale. Dopo, così come lasciava presagire il rumore del treno alla fine dell’album, qualcosa si spezzò: Brian ebbe un crollo psicologico, e l’arte e la vita presero due strade diverse, lasciando per sempre incompiuta quella che sarebbe stata la sua opera maxima, la sua “sinfonia giovanile a Dio”: “Smile”.

Affetto da profonda depressione, incapace di sostenere il peso del proprio stesso genio, Brian si ritirò dalle scene e i Beach Boys dovettero imparare a fare a meno del suo talento. La creatività sembrò scomparsa per sempre ed egli non fu più capace di produrre opere “sane”: ogni sua canzone successiva sarebbe stata sintomo della propria “malattia”, fino a includere nella sua produzione persino lo psicanalista, il dottor Eugene Landy. Due album scritti in quel periodo, i cui titoli sono già emblematici (“Adult/Child” e “Sweet Insanity”) non uscirono mai ufficialmente e circolarono come bootleg.
Nel 1976, trascorsi dieci anni da “Pet Sounds”, un trentaquattrenne Brian Wilson cantava “Still I Dream Of It”, un pezzo al solo pianoforte che vide la luce soltanto vent’anni dopo, nel cofanetto “Good Vibrations”: la voce di Brian è quella di un uomo sofferente, un pallido ricordo di quella che fu. Eppure, è una canzone toccante perché esprime il dissidio tra la malattia e il desiderio di un uomo non ancora rassegnato a perdere la sua voglia di vivere e sognare.

Il 1988 vide l’uscita del primo album solista, con un buon successo di pubblico e con più di un brano degno di nota. Fu anche l’ultimo album dei cosiddetti “Landy years”. Da allora, cominciò una lenta e faticosa rinascita, i cui primi evidenti segnali si videro dieci anni dopo, nello stesso anno in cui morì il fratello Carl: nel 1998, con “Imagination”, Brian Wilson produsse un album degno del suo nome e a spiccare era “Lay Down Burden”, una ballata dedicata alla memoria del fratello, ex-chitarrista dei Beach Boys. Ma era soltanto l’inizio.

Tra il 1999 e il 2000, nell’incredulità generale, Brian riprese l’attività concertistica con un entusiasmo che sembrava aver smarrito da decenni. Poi, portò “Pet Sounds” in giro per il mondo in un “symphonic tour”. Quindi, la prova più difficile: nel 2004, cercò di recuperare “Smile”. Un tentativo impossibile, come lo è il voler tornare giovani, ma che esprimeva un messaggio positivo nella voglia di riscatto.
Nel 2006, dopo una lunga lontananza da Wilson (passata anche attraverso una battaglia legale con la famiglia), morì il controverso dottor Landy.
Questi due ultimi eventi erano indispensabili per compiere il passo finale: dopo quarant’anni, un Brian Wilson alle soglie della vecchiaia varca le porte della Capitol Records, in quegli studi carichi di memorie giovanili. Qui, Brian tenta di riassorbire l’antica e dolorosa ferita del passato, chiudendo il cerchio della sua vita.

E’ proprio l’idea del cerchio, ovvero della ciclicità, a rappresentare il nucleo narrativo di “That Lucky Old Sun”. Sin dal titolo, il protagonista principale dell’album è il sole, l’astro imperituro che tramonta sulle caotiche vicende terrene per poi risorgere in un nuovo e splendido giorno. Il sole illumina la terra, e le fasi della sua parabola (alba, mezzogiorno, tramonto) hanno delle analogie con quelle della vita umana. Ma con la grande differenza che il sole risorge, mentre l’uomo muore. Contrapposto alla vita umana, il sole è “lucky” perché non si confronta con i dolori ciò che è mortale e non subisce il trascorrere del tempo: è “old”, ma resta sempre giovane. Il “Lucky Old Sun” assume allora le caratteristiche di un principio divino: a conferma di ciò, l’overture dell’album comincia con le soli voci (con reminiscenze di “Our Prayer” di “Smile”) e lascia spazio al brano successivo attraverso un “glory hallelujah”.

Eppure, c’è un luogo in cui la vita umana e il regno della luce sembrano incontrarsi a metà strada, in cui la natura stessa sembra pervasa da un principio divino, a essa immanente. In questo luogo, il sole diventa un simbolo dei cicli naturali e la sua parabola sembra calarsi nell’esistenza umana, laddove l’uomo aspira a un rinnovato legame con le forze della natura: il mare, il vento, il sole. Nel 1971, in un momento di grazia insolito per quegli anni, Brian Wilson scrisse il testo e la musica di “Till I Die”, una canzone che esprimeva questa sorta di legame romantico con la natura, in cui la vita dell’uomo si trova in intima unione con ogni cosa: con una foglia trasportata dal vento, con una conchiglia abbandonata nell’immensità dell’oceano. C’è allora una terra in cui l’antica utopia di una rinnovata unione tra uomo e natura prende forma; tuttavia, così come l’Arcadia e ogni altra utopia letteraria del passato, essa appartiene più all’immaginario che alla realtà. Nel ventunesimo secolo, questo sogno archetipico è rappresentato dalla California: ed ecco il secondo “protagonista” dell’album. L’album si rivela un tributo all’aureo sogno californiano ed è con uno straordinario inno alla California (oltre che alla vita) che termina. La California è la terra che fa sognare perché, così come l’isola di Prospero ne “La Tempesta” di Shakespeare, anch’essa è costituita della stessa materia dei sogni: “In southern California dreams wake up for you”.

Nel percorso che va da “That Lucky Old Sun” a “Southern California”, ovvero dal principio maschile (Dio) al principio femminile (la natura), si compie il ciclo solare, ma anche il destino di ogni essere umano, dalla nascita al tramonto. Le tre parti dell’album possono essere interpretate sia come le tre fasi del sole, sia come quelle della stessa vita: giovinezza, maturità, vecchiaia. Ma c’è un uomo in particolare a cui si riferiscono le tre parti: si tratta dell’uomo che fu il cantore della saga californiana, e che diede vita a quell’immaginario cui adesso rende un tributo. In molti sostengono che Brian non avrebbe dovuto cantare in questo album, perché la sua voce non è più quella di prima. Tuttavia, quello che si perde dal punto di vista strettamente musicale si guadagna da quello drammatico. Il terzo protagonista dell’opera è il suo artefice, Brian Wilson: non può che essere egli stesso, in età avanzata, a narrare la storia della propria vita.  

La prima parte dell’album sembra celebrare la giovinezza di Brian, e il rock’n’roll di “Morning Beat”, ricorda le prime spensierate canzoni dei Beach Boys. “Good Kind Of Love” forse rappresenta il rapporto sentimentale “sano” che Brian avrebbe desiderato, ma che in fondo non ha mai avuto. Poi, senza nessuno stacco, una strana progressione di note ci conduce in una dimensione temporale ambigua, quella di “Forever She’ll Be My Surfer Girl”: qui si ricorda una delle prime canzoni, la celebre “Surfer Girl”, e tornano anche echi di un’altra canzone, “Forever”. Ma c’è anche qualcosa in più: ancora una volta, si rende esplicito quel legame tra uomo e natura, possibile solo nella mitica California, in cui gli occhi di una ragazza sono “ocean eyes as endless as the sky”. Inoltre, si celebra il potere dell’arte quasi divina che rende possibile quel rinnovato legame: la musica. La canzone stessa non può che celebrare l’arte dei suoni attraverso la dolcezza dei suoi suoni. Adottando una prospettiva meta-musicale, “Forever She’ll Be My Surfer Girl” è un tributo al potere mitopoietico della musica, capace di far durare “forever” il sentimento provato in giovane età per una ragazza, e capace di rendere la stessa ragazza un'icona imperitura (in California, la "surfer girl" diventa quasi una moderna divintà naturale). 

Come abbiamo affermato nella “recensione”, la parte centrale dell’album è la meno convincente, e qui aggiungiamo che è la più informe. E’ difficile trovare una ragione coerente per la presenza di “Mexican Girl”. Ma tutto ciò non è forse perfettamente adeguato a esprimere la condizione della vita di Brian negli anni della maturità? Eppure, arriva il momento in cui Brian, pur in età avanzata, ritrova finalmente il suo “ruolo”: "It’s never too late to find your California role”. Il suo ruolo, ovviamente, è il più importante: essere l’artefice della stessa saga californiana, e anche il suo maggiore protagonista. E’ come se il protagonista di un’opera teatrale affermasse di aver capito finalmente che il senso della sua vita è quello di raccontare la stessa storia che egli mette in scena. Ed è allora che l’“eroe tragico” riconosce il proprio destino, accettando di riviverne i momenti più intensi, forse anche più dolorosi, e narrando infine anche l’ultimo capitolo: quello del tramonto. 

La terza e ultima parte dell’album diventa quasi una moderna tragedia in musica, in cui il protagonista affronta il proprio destino, passando attraverso delle “prove”, come nel racconto iniziatico. La prima, sembra essere il confronto con i propri ricordi, con il momento più buio del proprio passato. Dopo il cambio di scena di “Between Pictures”, il campanello di “Oxygen To The Brain” attira l’attenzione dell’ascoltatore, quasi come per avvertirlo che da quel momento si entra in un’altra dimensione: comincia il viaggio interiore verso il tempo perduto. Ed ecco che “Can’t Wait Too Long” è un ricordo, il frammento di un passato in cui qualcosa andò storto. Si tratta dell’estratto di un brano del 1967: sarebbe potuta essere una canzone all’altezza di “Good Vibrations”, eppure ai tempi non fu mai pubblicata (una versione fu inclusa come bonus-track in una recente edizione di “Wild Honey”). Queste vibranti note introducono a una delle due ballate finali, “Midnight’s Another Day”, caratterizzata da un arrangiamento sinfonico in cui entrano in gioco anche le indicazioni di dinamica (cosa rara in un disco pop). Qui si respira il rimpianto per gli anni buttati, per i capitoli mancanti che non saranno completati (quei “chapters missing” il primo dei quali è “Smile”). Eppure, la rinascita comincia proprio nel momento più buio, così come a mezzanotte comincia un nuovo giorno. Il protagonista allora “rincorre il sole” per condividere ancora una volta il suo splendore e il suo calore, prima che giunga l'ora del tramonto: “Waited too long to feel the warmth, I had to chase the sun”. 

L’esperienza successiva, preceduta dal leit-motiv di “That Lucky Old Sun”, è quella del viaggio verso casa: “Going Home”. La parola “home”, che nella psicanalisi ha una forte valenza simbolica, rappresenta il ritorno alle proprie origini, all’antro iniziatico, alla madre California, ma anche al luogo fisico in cui nasce l’opera, lo stesso dove cominciò tutto: la Capitol Records. Questa parola aveva dei precedenti nell’immaginario wilsoniano (anche nel titolo di una canzone passata, “Back Home”). In un brano di “Pet Sounds”, “Sloop John B.”, il giovane Brian Wilson cantava: “Let me go home, I wanna go home”. In quel contesto, si esprimeva l’impossibilità di tornare indietro, di tornare in una condizione di innocenza perduta. Adesso, invece, il ritorno a “casa” assume una valenza diversa: non è un tentativo di tornare nel passato, di cancellare il tempo, ma un desiderio di superare quella frattura che non portava ad accettarlo. “Going Home” ha un ritmo rock and roll, ma in mezzo alla canzone si trova una specie di ancestrale “coro mistico” – così lo definisce un membro della band di Wilson - che spiazza l’ascoltatore . A questo intermezzo corale è affidato il ricordo del momento che segnò la vita di Brian Wilson: “At twenty-five I turned out the light / cause I couldn’t handle that glare in my tired eyes” (“a venticinque anni spensi la luce, perché non riuscivo più ad accogliere il bagliore nei miei stanchi occhi”). Che la cosa sia più o meno consapevole, in questa canzone troviamo la struttura della tragedia classica, con l’alternanza tra l’attore e il coro. Un altro elemento che ricorda il dramma antico è il fatto che l’album ha come durata simbolica quella di una giornata, dall’alba al tramonto. Quasi a suggerire l’idea di ciclicità, in un gioco di specchi e simmetrie, “Going Home” è musicalmente affine a “Morning Beat”: nella seconda traccia si trattava di un inizio, nella penultima di un ritorno. Forse, tuttavia, l’inizio e la fine sono la stessa cosa?   


Southern California

Alla fine, il protagonista affronta la prova finale, la più difficile: l’accettazione incondizionata della propria vita passata, nel bene e nel male. E alla fine scopre che forse tutto ha avuto un senso, ed è parte di un destino. “Southern California” è la vetta dell’album, in assoluto il miglior brano della carriera solista di Brian Wilson. In nessun altro pezzo recente era giunto a un tale autobiografismo, che ci riporta ai tempi di “Pet Sounds”. Così come in quell’album, qui parole e musica raggiungono un perfetto equilibrio, senza che nessuna delle due componenti sia a spese dell’altra. Come in nessun’altra canzone dell’album, i Wondermints qui diventando gli alter-ego dei Beach Boys, voci lontane di un passato ancora vivo. “Southern California” racconta in termini simbolici proprio la storia dei Beach Boys, che per Brian è anche la storia dei suoi fratelli scomparsi, Carl e Dennis.
Alla fine dell’opera, è come se Brian rivelasse il segreto della sua vita: l’eroe tragico scopre di essere l’autore del suo stesso destino, e rivela di essere l’artefice dell’opera che egli ora mette in scena, quella stessa che cominciò a scrivere sin da ragazzo; è come se in questo momento il “velo di Maya” si spezzasse, lasciando intravedere per la prima volta cosa c’era dietro il palcoscenico: dietro la magia dei Beach Boys, le loro armonie cristalline, la loro spensieratezza, la loro tragica fine. C’era forse la paura che la vita non è altro che un sogno. Ed è proprio dai sogni che cominciò tutto: “I had this dream singing with my brothers...”.

“Southern California” è un commosso inno alla California, madre di tutti i sogni; la terra in cui la musica sembra contenuta negli stessi elementi naturali (“heard music in the air and in the waves”), e in cui il passato sembra vivere ancora in unione con il vento, il mare, il sole. In California, è la vita stessa che imita i sogni: Hollywood. Ed è nell'accostamento tra la vita e un film, che Brian fa una rivelazione: paragonandosi a un regista, rivela che l’origine del suo male fu l’incapacità di accettare la fine della propria giovinezza: “I didn’t want it to end, I tried to slow down the motion so it could move us again” ("non volevo che finisse, provai a rallentare le immagini così che potessimo riviverle un’altra volta").

In “Southern California” c'è un velo di sottile e dolce malinconia. E’ la malinconia che accompagna il tramonto del sole sul mare ("the sun went into the sea"). Per certi versi, si respira l’atmosfera nostalgica di “Caroline No”, e le due canzoni hanno la stessa funzione nel contesto delle due opere. Ma con una differenza: quarant’anni prima, il giovane Brian Wilson lamentava che niente dura per sempre, rimpiangendo di non poter rivivere il passato. Quarant’anni dopo, esprime lo stesso messaggio, ma con un livello di saggezza superiore: in età avanzata, ha imparato ad accettare che il suo passato sia stato, nel bene e nel male, quello che è stato. Ed è felice che, nonostante tutto, sia avvenuto proprio in quel modo (“I’m glad it happened to me”). Laddove “Pet Sounds” terminava in modo amaro, lasciando quasi nell’ascoltatore una sensazione di incompiutezza, qui le ultime note rappresentano una vera e propria catarsi, con il “glory hallelujah” che come un flaskback fa tornare alle prime note di “Morning Beat".

Eppure, c'è la sensazione che qualcosa sia ancora incompleto. La catarsi finale non sembra poter rimuovere del tutto la malinconia che si respira nella canzone: non può cancellare la consapevolezza di chi sa che sta vivendo l'ora del tramonto. Se la California è la terra dei sogni, forse non è altro che l'ennesima grande auto-illusione dell'uomo, un inganno per nascondere che la morte esiste anche in Arcadia. C'è allora una domanda che, nonostante tutto, è irrisolta. Se il sole risorgerà alto e splendido nel cielo, cosa ne sarà invece dell'uomo? Anche per gli esseri viventi il tramonto è l'inizio di un nuovo giorno? Forse, è soltanto alla musica che possiamo affidarci per trovare una risposta. In "Southern California", ci sono alcuni passaggi che ricordano lontanamente il jazz, e in particolare ciò che Brian ricorda come l'origine del suo amore per la musica, da bambino: la “Rhapsody In Blue” di Gershwin. L'ora del tramonto coincide con un ricordo legato all'infanza, all'alba della vita, per suggerire ancora una volta l'idea di ciclicità. Quell'antico momento di felicità perduta, e sempre ricercata, sembra allora tornare presente, conducendo alla vera fine dell'opera: al termine, dopo alcuni secondi di silenzio, sentiamo per l'ultima volta il tema di "That Lucky Old Sun" che simboleggia il ritorno all'inizio, alla condizione originaria, alla sorgente della vita. 
Adesso, lo spettacolo è finito, il cerchio si è finalmente chiuso: si torna "a casa".

"Oh, questo interminabile monotono giro di migliaia di giorni e notti, così che tutta la vita dell'uomo, tutta la vita dell'intero universo, non è altro che un interminabile gioco di scacchi sui due campi: bianco e nero; gioco nel quale alla fine nessuno vince se non l'infausta morte... tutto questo potrebbe in certe ore far perdere la testa! E invece ci si deve sostenere con braccia coraggiose in mezzo al caos delle rovine, nel quale la nostra vita è sminuzzata, e attaccarci fortemente all'arte, alla grande, alla duratura arte che, al di sopra di ogni cosa, attinge l'eternità; l'arte, che dal cielo ci porge una mano luminosa, così che noi stiamo sospesi in ardita posizione, sopra un abisso deserto, fra cielo e terra...".

(W. H. Wackenroder, "Fantasie sulla musica")

(12/10/2008)

  • Tracklist

1. That Lucky Old Sun
2. Morning Beat
3. Room With a View (narrative)
4. Good Kind Of Love
5. Forever She'll Be My Surfer Girl
6. Venice Beach (narrative)
7. Live Let Live / That Lucky Old Sun (reprise)
8. Mexican Girl
9. Cinco de Mayo (narrative)
10. California Role / That Lucky Old Sun (reprise)
11. Between Pictures (narrative)
12. Oxygen To The Brain
13. Can't Wait Too Long
14. Midnight's Another Day
15. That Lucky Old Sun (reprise)
16. Going Home
17. Southern California

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