Nel 1859 lo scrittore russo Ivan Aleksandrovič Gončarov pubblicava il romanzo “Oblomov”, da sempre ritenuto uno dei più grandi capolavori della letteratura russa ed europea. La caratteristica principale del protagonista Oblomov, da cui l’oblomovismo, è l’immobilismo, il perenne rinvio di ogni azione, la mancanza assoluta di ogni volontà (nelle prime cento pagine del romanzo non riesce mai a trovare la forza di alzarsi, trovando sempre una scusa per rinviare). Ciò accade sia per inedia ma anche, e probabilmente soprattutto, perché le domande che Oblomov si pone nel romanzo durante le sue interminabili giornate passate a dormire sul divano non hanno mai risposta. In una vita fatta di una lunga serie di azioni sempre uguali, la domanda “Quando si inizia a vivere?” non ha mai una risposta adeguata.
Se l’oblomovismo era la metafora dell’immobilismo della ricca borghesia russa del Diciannovesimo secolo, poi spazzata via dalla rivoluzione, Nicola Manzan – giunto al settimo album del suo progetto Bologna Violenta – aggiorna le idee di Gončarov al presente e paragona gli anni di Oblomov passati sul divano ai nostri passati sul cellulare, sorta di divano immaginario che risucchia la nostra energia. L’Oblomov del 2000 sfoga la sua rabbia dietro uno schermo, urlando metaforicamente sui social ma permanendo sempre nello stesso immobilismo di Oblomov, senza immaginare alcuna possibilità di cambiamento della società, come in un immenso divano che lo segue in ogni momento della giornata.
I sedici brevi brani cybergrind non sono una novità per Manzan (se si esclude la parziale parentesi di “Bancarotta morale”) e centrifugano in un grande calderone parte della cultura pop da social, che oggi ci appare moderna e che tra non molto (forse persino mesi) sembrerà anacronistica. L’ironia non può mancare, come nel geniale titolo “Il vitello d’oro”, che riprende la registrazione di una donna che urla in strada e diventa virale sui social, nei falsi spot di “Multiscolor” o nelle frenesie con canto lirico simil-Igorrr di “Fiabe francesi” e “Sofia”.
La title track iniziale faceva però presagire suoni differenti, con un ritmo lento e accordi di chitarra quasi alla Swans. L’ironia si interseca con questioni razziali in “Uomini sottosviluppati” o “L’amuleto”, false registrazioni che sembrano di un’epoca molto lontana dalla nostra, ma probabilmente più vicine a noi di quanto immaginiamo. “Wanna Be Satan”, pubblicata dieci anni fa come singolo e “cantato” da Wanna Marchi, oggi fa quasi paura per la sua preveggenza.
In fondo al disco, “Bestia uccide a sangue film” è il momento di massima poesia. Musica da soundtrack anni 60 e finto film dell’epoca che, dopo l’ingresso della chitarra, giunge, secondo dopo secondo, a parole che colpiscono come pietre, chiarendo (con attualità assoluta) che “nessuno ha il diritto di essere felice da solo” e che “siamo noi i veri lebbrosi”.
13/06/2026