Entro nel mio negozio di fiducia e nel reparto riservato all’indie rock trovo tra le novità un cd con una splendida/splendente copertina nero rosso-fuoco rappresentante dei fiori, una sorta di press-sheet che recita pressappoco così: “Fra shoegazing,
Slowdive e l’elettronica dei
Boards of Canada”; un nome e un titolo, come si conviene ai moderni prodotti di consumo, venduti con strategie
marketing-oriented, sebbene di nicchia. Il nome è Ulrich Schnauss, il titolo è “A Strangely Isolated Place”.
Schnauss è il primo; scorrendo velocemente le tracce (qualche minuto scarso per ciascuna) nasce un’opinione, che si rivelerà tanto falsa quanto una banconota da due euro. La solita solfa pseudo-ambientale ultra dilatata e rompipalle, penso, e passo avanti. Fuori fa caldo, dentro c’è l’aria condizionata… ma va, rificchiamo dentro questo Schnauss. Non pressato dalla smania di sentire altri cd, mi rilasso, ma assumo un atteggiamento più aperto, interessato, disponibile a un ascolto più approfondito, e faccio partire il lettore.
Dopo circa dieci minuti il fluire delle note mi rapisce come i
Low e pochi altri riescono a fare, poi mi ridesto e cerco di capire. Il disco inizia con una “Gone Forever”, una cascata di vapore ghiacciato che dà una improvvisa sensazione di refrigerio. Ma è indiscutibilmente una canzone simil-
Sigur Rós ed è la meno originale del lotto; comunque gradevole. “On my own” è sicuramente più interessante. Nella maggior parte del dream-pop la sezione ritmica è pura cosmesi, e ancora di più per gli Sigur Ròs; Schnauss costruisce invece un’incalzante dinamica di batteria, riuscendo a rendere trascinante anche l’etereo. L’atmosfera
dark di “A letter from home” è raggelante e la linea di basso che la introduce ricorda i
Cocteau Twins di “Garlands”.
Tiriamo le prime somme. È teutonico, ma non si può citare a caso il kraut-rock anche quando non centra; e le atmosfere cosmiche dei
Tangerine Dream? Forse, ma neanche. Vogliamo allora citare
Brian Eno? No, troppo facile; e
Vidna Obmana? Troppo impegnativo. Sicuramente invece la psichedelia moderna generata dalla matrice shoegaze (quella più rarefatta a confine col dream-pop, e quindi
Slowdive e
Lush), e poi i
Talk Talk secondo periodo (loro c’entrano quasi sempre), Sigur Ros (a palate), elettronica certamente e qualche quasi impercettibile scheggia glitch, sperando che il caldo non abbia annebbiato la mia già provata capacità di discernimento.
Strati di trance cosciente evoca “Monday-paracetamol”, attraversata com’è da suoni elettronici limpidi e fluidi. In “Clear day” si odono echi di voci provenienti da quell’aldilà ultraterreno abitato dai deliqui di
Tim Buckley, dalla “Blume” di
Neubauten-iana memoria, dalle tetre cantilene di
Nico, dai riverberi fluttuanti di Liz Fraser, dalle tempeste d’aria fosforescente degli Slowdive.
In “Blumenthal” si sente finalmente una chitarra consistente in tanta impalpabilità sonora, che introduce una ritmica trip hop suonata alle porte del cielo.
L’ultimo pezzo, “A strangely isolated place”, è una sinfonia per un circolo polare artico che in liquefazione collassa su se stesso: il caos freddo, suoni che si avviluppano sul nulla, la batteria elettronica a conferire linearità al pezzo, poi l’assordante silenzio di un mondo sommerso dall’acqua.
In conclusione? Meglio dell’ultimo disco, comunque buono, dei Sigur Ròs? Sembrerebbe di sì. Niente di immensamente nuovo sotto il sole, direte voi? Vero, ma cosa oggi lo è completamente nel mondo del rock?