Aidan Baker

29-11-2015
Aidan Baker è una sorta di mina vagante. In quasi dieci anni di irrefrenabile attività, l'artista canadese è riuscito nell'impresa di pubblicare una quantità di lavori tale da sfiorare complessivamente i tre zeri. Impossibile anche cercare di circoscrivere la sua attività ad uno specifico ambito sonoro: muovendo da un'originale intersezione tra psichedelia metallica e drone-noise, ha offerto una tale varietà di sfaccettature del suo mondo sonoro tale da rendere quest'ultimo fra i più vasti ed influenti degli ultimi anni. La sua carriera rappresenta un percorso in cui musica atmosferica e sperimentazione organica si intrecciano in un legame inscindibile, con conseguente reciproca contaminazione fra i due mondi. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la genesi e gli scopi della recente ristampa in Lp di uno dei suoi lavori più importanti, il gioiellino psych-ambient "The Sea Swells A Bit...", l'evento di maggior peso in un anno che lo ha visto pubblicare la "solita" manciata di album (su tutti "In The Red Room" con Idklang, "The Confessonal Tapes" e il monolite "Half Lives") e che, fino a prova contraria, potrebbe ancora riservare sorprese.

Una delle cose che reputo più interessanti parlando di te è l'incredibile varietà di stili con cui lavori. Talmente ampia che quasi tutto quel che esce a tuo nome finisce per nascondere elementi di sorpresa. Tu stesso lasci che la creatività ti sorprenda?

Spesso in realtà parto con un'idea piuttosto specifica rispetto a ciò che voglio fare con un dato progetto, ma altrettanto spesso mi trovo a scoprire qualcosa di sorprendente a lavori in corso... In questo senso quel che accade nel corso del processo di creazione è importante tanto quanto l'idea di partenza.

Parlando in maniera più razionale, in che maniera ti approcci al fare musica?
Questo dipende esclusivamente dall'idea di partenza e dalla natura del progetto specifico. Alcune composizioni sono più strutturate e rigide, altre del tutto improvvisate in forma libera, altre ancora sono combinazioni di entrambe.

Quanto "pesa" il tuo background sulla maniera in cui ti poni nei confronti del comporre?

Ho un background relativamente vario, che passa da studi classici e formali a improvvisazioni totalmente autodidatte. Credo che sì, sia molto importante per la maniera in cui lavoro, benché non ne sia parte integrante ma influisca a livello subliminale, nel senso che non posso certo dire di pensarci mentre suono...

Come è nata l'idea di rimasterizzare "The Sea Swells A Bit..." e come mai hai scelto di farlo in solo formato Lp?
Da molto tempo so che è uno dei miei dischi che i fan preferiscono, e in molti, specie recentemente con la "resurrezione" del vinile, mi chiedevano se ci sarebbe mai potuta essere una ristampa in Lp. Ma fino a quando non sono entrato in contatto con Ici d'Ailleurs non ho trovato nessuno interessato a prendersi carico di questo tipo di progetto. A Silent Place, che aveva pubblicato originariamente il disco, ne ha fatte ben due tirature in CD, ragion per cui non mi è sembrato necessario ristamparlo anche in quel formato.

In quel disco hai avvicinato una forma di psichedelia elettronica per certi versi distante dalle sperimentazioni drone-noise che hanno contraddistinto quegli anni per te... Hai vissuto quest'album come una fuga dal sound a cui ti stavi dedicando principalmente?
No, in realtà no. Semplicemente era qualcosa di diverso, nel suono e nello stile, e che volevo fortemente esplorare in quel periodo. Benché fosse un po' distante dalle cose che stavo facendo in quel periodo, quel tipo di ricerca era e resta parte integrante del mio soundworld.

Che cosa ha rappresentato per te a livello personale ed artistico?
Ad essere onesto, sono rimasto non poco sorpreso dal successo che ha avuto quel disco. Non che lo rinneghi, ma lo trovo decisamente semplicistico, anche rispetto ad altre cose che ho fatto prima e dopo. Ho l'impressione a posteriori di essermi limitato a rileggere le convenzioni del post-rock in un contesto ambient. Forse questo ha reso il disco una prova di musica sperimentale più accessibile del solito... Non so, nella mia mente ha più rappresentazioni.

Negli ultimi anni pare che tu ti sia dedicato molto più agli ambiti della tua ricerca più vicini al drone-noise, con album come "Aneira" e "Already Drowning", quest'ultimo una deviazione particolare e per certi versi inedita...
La vicinanza alla forma canzone di "Already Drowning" in reatà non è così nuovo, è qualcosa che avevo già sperimentato in altri dischi in passato. Con quel disco ho cercato nuovamente di ridefinire in maniera personale tutto quel che avevo lasciato indietro sui sentieri del post-rock più minimalista o dello slowcore.

C'è forse un unico e solo vero comun denominatore in tutta la tua produzione, ovvero la chitarra. La reputi il tuo mezzo espressivo principale?

Sì, senza dubbio. Anche se ci sono alcuni dischi in cui non l'ho usata o l'ho usata decisamente poco, come "Book Of Nods" o "Still Life", dove tastiere e pianoforte sono decisamente i protagonisti.

Benché il tuo soundscape sia piuttosto complesso, sei sempre stato molto aperto al dialogo artistico e alle collaborazioni, spesso anche con artisti piuttosto distanti da te per approccio e sound... Come vedi l'idea stessa del collaborare?
Collaborare può essere qualcosa di molto soddisfacente, non è sempre facile o imediato, ma i momenti migliori sono proprio quando il processo del collaborare porta a qualcosa di inaspettato, che può a sua volta condurre verso luoghi nuovi e differenti.

Alcune delle tue collaborazioni si sono stabilizzate fino a divenire veri e propri side projects. Sto pensando per esempio a Nadja, che è oggi una delle facce della tua produzione artistica...
A dire il vero Nadja non è il miglior esempio in questo senso, perchè è iniziato come un progetto solista e si è poi aperto al mio attuale partner, Leah, che si è aggiunto inizialmente con lo scopo di permettermi di suonare il materiale dal vivo. B/B/S/, il progetto in trio con Andrea Belfi (Hobocombo) e Erik Skodvin (Deaf Center) è decisamente più rappresentativo essendo un gruppo nato in maniera spontanea, incontrandosi e suonando insieme per vedere cosa ne potesse venire fuori...

Cosa rappresenta Nadja per te oggi, quindi? 
Ho dato vita a questo progetto in origine per dedicarmi interamente ad alcuni suoni particolari che avevo già affrontato a mio nome - sempre di carattere ambient e drone ma più pesanti e densi, che avessero a che fare con il noise e l'industrial o certi suoni metal. Nadja oggi è ancora quel lato della mia produzione ma mi sento molto più libero quando lavoro a mio nome, perché il progetto ha assunto col tempo dei connotati particolari e propri da cui oggi è difficile smuoverlo.

Rispetto a Nadja, mi ha scioccato parecchio la collaborazione con Uochi Toki. Personalmente ho parecchi problemi a considerare la loro una forma musicale anche solo credibile, ma il binomio ha funzionato meglio di quanto si poteva pensare. Come vi siete incrociati?
Ci siamo incontrati attraverso oVo, con cui loro avevano collaborato in precedenza. E sicuramente loro fanno musica radicalmente diversa e lontana dalla nostra, ma credo che nel basso e nel noise si sia trovato importanti punti di incontro. La nostra collaborazione con loro è stata a carattere molto istintivo, il disco lo abbiamo registrato suonando spontaneamente e catturando quel che usciva.

Sei uno degli artisti più prolifici che ricordi, con medie di anche 5-6 album all'anno. Come riesci a portare un così alto numero di progetti a compimento? 
Ho sempre brani in lavorazione dentro la mia mente che chiedono di essere eseguiti e registrati... Molto di quello che faccio è a carattere improvvisato, quindi è facile produrre tanto materiale. Separare quel che vale da quel che non vale è forse la sfida più difficile, decisamente più ardua e lunga del processo di registrazione e produzione.

Per concludere con una battuta su questo, ti lancio una sfida: qual è il tuo album preferito di Aidan Baker?
Ehm... non lo so. Se devo fare dei nomi così su due piedi direi "Already Drowning", "Green & Cold", "The Spectrum Of Distraction" e, ovviamente, "The Sea Swells A Bit...".

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