È passato un po' di tempo dall’ultima volta che i Meridian Brothers sono stati avvistati su un palco della Capitale. E ci sono mancati! Soprattutto considerando la crescita costante che il gruppo capitanato da Eblis Álvarez ha saputo mantenere negli anni. Il Monk di Roma è stato il teatro del loro ritorno, e il pubblico accorso, sebbene non molto numeroso, non è rimasto deluso.
La scenografia è, come da tradizione, minimale ma mai scontata: gli strumenti classici emergono tra grovigli di cavi di synth e laptop. Le luci fredde, in tonalità di blu e viola, avvolgono i musicisti fino quasi a farli dissolvere nell'ombra, in netto contrasto con le atmosfere gioiose e surreali che la band riesce a evocare.
L’apertura spetta a “Cumbia de la Fuente”, un pezzo tratto dall’acclamato “Cumbia Siglo XXI” del 2020 che sarà ampiamente rappresentato nel corso della serata. A seguire, “Metamorfosis”, del più recente “Meridian Brothers & El Grupo Renacimiento” (2022), con il suo groove avvolgente e le linee di chitarra che si intrecciano in un vortice psichedelico. Qui si nota l’abilità della band di combinare elementi tradizionali con le incursioni ipnotiche elettroniche. Un momento nostalgico arriva con “Guaracha UFO”, dal seminale “Desesperanza” del 2012, che riporta indietro nel tempo con le sue atmosfere spaziali e le melodie avanguardistiche. Sarà proprio un altro brano di questo album (”Salsa caliente”) a chiudere il concerto durante gli encore, quando la platea, ormai scaldata a dovere, si abbandonerà a balli improbabili e scatenati.
Il frontman, Eblis Álvarez, si dimostra più contenuto rispetto al solito, preferendo limitare le interazioni al minimo per elogiare le qualità gastronomiche della Capitale o per presentare i brani che si accinge a suonare. Non è un caso che, sotto questo aspetto, ampio spazio venga dato ai pezzi tratti dal recentissimo “Mi Latinoamérica Sufre”, un lavoro che rappresenta una tappa importante nella sua carriera per la capacità di fondere riflessioni sociali e un’estetica musicale sempre più sofisticata.
La prima canzone che suona è la stralunata “En el Caribe estoy triste”, che incarna perfettamente l’universo musicale dell’artista colombiano: i ritmi caraibici si fondono con una chitarra elettrica vivace e cristallina, mentre momenti surreali emergono attraverso voci buffe e testi singolari. A seguire, “Sé Que Estoy Cambiando” e “Mandala”, entrambi scelti come brani apripista del nuovo album. Questi pezzi, apparentemente bizzarri nella loro mescolanza selvaggia di cumbia, salsa, psichedelia ed elettronica, rivelano un’eleganza nascosta, diventando autentiche gemme di art pop. Le voci caricaturali, che sembrano uscite da un cartone animato, aggiungono un tocco surreale senza mai risultare forzate. Nella dimensione live, la loro forza si amplifica: i ritmi vertiginosi e le frequenti incursioni improvvisative trasformano ogni brano in un'esperienza immersiva.
Tra i momenti più curiosi, la cover di “Mujer sin Corazón” de La Calandra e “Cumbia del Pichaman” resa celebre da Dusty Springfield, dove la band dimostra ancora una volta il proprio talento nell’appropriarsi di brani altrui per trasformarli in qualcosa di completamente nuovo. Non possono mancare all’appello le ormai classiche “Puya del Empresario”, altro estratto dal 2020, e “La Policia”, che trascina il pubblico in un ritmo travolgente mentre tutti gli strumentisti si lanciano in personali virtuosismi.
Il concerto è stato senza dubbio coinvolgente, con un’alchimia perfetta tra i musicisti e un pubblico che si è lasciato trasportare senza riserve dall’energia della band. Forse avrebbe potuto durare di più, ma è stato comunque un’occasione preziosa per riscoprire un collettivo che merita maggiore attenzione. Speriamo che questo sia solo un assaggio di future esibizioni e, soprattutto, che non si debba aspettare di nuovo così tanto per rivedere i Meridian Brothers su un palco della Capitale.