C’è stato un momento in cui Lykke Li sembrava abitare perfettamente quel territorio sospeso tra chamber pop, romanticismo tossico e malinconia metropolitana. “Youth Novels” (2008), “Wounded Rhymes” (2011) e persino i lavori più fragili e minimali degli ultimi anni avevano sempre qualcosa che rimaneva addosso: un dettaglio melodico, una ferita emotiva, un senso di disastro elegante. “The Afterparty”, invece, dà spesso l’impressione opposta: un album che scivola via mentre lo stai ascoltando.
È probabilmente uno dei lavori più curati e rifiniti della sua carriera recente. Gli arrangiamenti orchestrali sono pieni di archi, di percussioni baleariche, di flauti, cori stratificati e texture che cercano continuamente di trasformare ogni brano in qualcosa di cinematico, quasi spirituale. L’artista svedese abbandona così il minimalismo claustrofobico di “Eyeye” (2022) per costruire un disco apertamente massimalista, teatrale, persino glam nel modo in cui prova a mettere in scena la propria crisi esistenziale. Il problema è che tutta questa grandezza raramente si traduce in intensità reale.
L’album parla continuamente di rinascita, mortalità, caos emotivo, desiderio di trascendenza. Lykke Li descrive questa fase come la sua god era: non più soltanto heartbreak songs, ma domande più astratte su identità, fede, distruzione, invecchiamento, sopravvivenza. Eppure molte tracce sembrano rimanere intrappolate dentro la propria estetica. Bellissime superfici, poca profondità. Tutto molto evocativo, ma stranamente distante. Manca spesso quella tensione emotiva che rendeva devastanti i suoi album precedenti. E forse è proprio questo il cuore involontario del disco: la stanchezza. Non quella romantica e tragica che Lykke Li sapeva trasformare in melodrama magnetico, ma una stanchezza più nebulosa, adulta, quasi anestetizzata. Le canzoni sono brevi, immediate, spesso anche piacevoli, ma lasciano poco residuo emotivo.
In poche parole, il disco parla continuamente di eccesso, disperazione, desiderio, distruzione, ma lo fa con una compostezza quasi troppo controllata. Più che un nuovo capitolo, dunque, “The Afterparty” sembra il lento dissolversi di un personaggio che per anni aveva trasformato il dolore in qualcosa di realmente magnetico.