Quando De André suggerì a Dylan di non cantare a Genova

12-05-2026

L'interesse di Fabrizio De André per la cultura dei nativi americani ha attraversato buona parte della sua produzione artistica, fino a diventare uno degli elementi cruciali dell’album “Fabrizio De André” (1981), passato alla storia come “L’indiano”. Scritto insieme al cantautore veronese Massimo Bubola, il disco intreccia la fresca memoria del sequestro di Faber con riflessioni più ampie sulla libertà e sull’emarginazione, in cui il racconto dello sterminio dei nativi americani si sovrappone alle identità lacerate dei popoli perdenti; la ricerca della libertà sfuma nella solitudine solo apparente dei pastori, che vivono immedesimati con la natura. Brani come “Hotel Supramonte”, “Quello che non ho” e “Fiume Sand Creek” riflettono questo approccio. E, a proposito del suo sequestro, De André arriverà a perdonare i suoi rapitori, affermando: "Io mi considero vittima di un drappello di Sioux che dovevano dimostrare il loro valore e ai quali il popolo bianco non lascia altro modo per guadagnarsi da vivere”.

Ma il sostegno di De André alla causa dei nativi americani non rimase confinato alle canzoni: nel 1992 si tradusse in una presa di posizione pubblica contro le celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America.
Mentre Genova si preparava agli eventi dedicati a Cristoforo Colombo, De André rifiutò infatti di partecipare alle manifestazioni ufficiali, pur essendo stato invitato a esibirsi insieme a Bob Dylan. Una scelta che il cantautore motivò apertamente durante il tour iniziato nel 1991 e concluso proprio a Genova nel settembre 1992.
L’episodio viene ricostruito anche in “Parola di Faber” (Arcana), libro di Laura Monferdini che raccoglie interventi, racconti e dichiarazioni pronunciati da De André nel corso delle tournée. Quella tournée, la quinta per Fabrizio De André e i suoi musicisti, ha inizio nel febbraio 1991 a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo nelle Marche e si concluderà il 27 settembre 1992 a Genova con un particolare concerto dedicato all'Eritrea. Poco meno di 50 serate che lo portano di nuovo in giro per l'Italia. Nel corso di quelle date De André tornò spesso sul tema della colonizzazione americana e dello sterminio dei popoli indigeni, soprattutto introducendo “Fiume Sand Creek”, brano dedicato al massacro compiuto nel 1864 dal colonnello Chivington contro donne, anziani e bambini Cheyenne.



Durante un concerto a Porto San Giorgio spiegò così il senso della canzone e la propria posizione sulle celebrazioni colombiane: “È il racconto del massacro di un centinaio tra donne, anziani e bambini avvenuto sulle rive dell'omonimo corso d'acqua nel lontano 1864 per mano del colonnello Chivington e dei suoi soldati. Non la voglio fare lunga perché il mio modo di esternare non è la chiacchiera, ma la canzone. Voglio però dire che la notte del 12 ottobre 1992, io non festeggerò il cinquecentenario di quella che viene considerata a torto, la scoperta dell'America. A torto perché quando Cristoforo Colombo, con capello fluente, occhio sognante e piede sicuramente fetente, sbarcò nell'isola poi chiamata Santo Domingo, ci trovò quelli che sarebbero stati ribattezzati Dominicani. Quindi Colombo non ha scoperto un bel niente”.

Lo stesso concetto venne ribadito anche in un’altra dichiarazione rimasta celebre: "Desidero ribadire, ricordare, che non si trattò di una scoperta, casomai di una riscoperta. Perché quando Cristoforo Colombo, con il solito 'capello fluente, occhio sognante', piede sicuramente fetente, sbarcò sull’isola di San Domingo, c’era una popolazione, c’erano quelli che poi sarebbero stati chiamati 'domenicani'. Ed erano lì da circa 20 o 30 mila anni: avevano attraversato lo Stretto di Bering insieme a tutti quanti gli altri, che sarebbero stati poi chiamati a loro volta 'indiani'. Quindi, la sera del 12 ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale".

Per De André, dunque, il 12 ottobre non rappresentava un’occasione celebrativa, ma un giorno di lutto. Per questo insistette anche sulla necessità di chiedere simbolicamente scusa alle vittime della conquista europea: “Mi sembra giusto riparlare di questo tema proprio in occasione delle manifestazioni che ci saranno, perché mentre da noi si brinderà a Colombo, dall'altra parte dell'Atlantico, quel giorno ci sarà un popolo per il quale quella data rappresenta quella del più grande lutto nazionale. Insomma, è roba da prendere una caravella e tornare giù a chiedere scusa”.
Quando arrivò l’Expo Internazionale di Genova ’92, organizzata nell’area del Porto Antico restaurata da Renzo Piano, il cantautore mantenne la promessa e rifiutò l’invito ufficiale. La sua motivazione fu lapidaria: “Non celebro massacri”.
Anche la presenza di Bob Dylan non lo fece tornare sui suoi passi. Commentando l’annunciata partecipazione del musicista americano, De André dichiarò: “Non credo che Bob Dylan sappia di dover cantare proprio lì. Anche lui appartiene a una razza piuttosto perseguitata e dovrebbe rinunciare”.

Non fu l'unica occasione in cui De André perse l'opportunità di incontrare il cantautore di Duluth. Nel 1984, infatti, rinunciò persino a un tour che l'avrebbe visto condividere lo stesso palco con Bob Dylan e Santana, impegnati in un tour europeo destinato a rimanere negli annali anche per il pubblico italiano. Il calendario prevedeva un ruolo di primo piano per il nostro paese: due date inaugurali all’Arena di Verona (28 e 29 maggio), seguite da tre concerti al Palazzo dello Sport di Roma (19, 20 e 21 giugno) e dal gran finale allo stadio Meazza di Milano, il 24 giugno. A gestire le sei tappe italiane fu il promoter David Zard, che pensò di rendere l’evento ancora più memorabile affiancando alle due leggende internazionali il cantautore più prestigioso della scena italiana, ovvero proprio Fabrizio De André. L’editore del cantautore genovese aveva ricevuto anni prima una lettera da Bob Dylan, che si complimentava per la sua versione – scritta insieme a Massimo Bubola – di “Romance in Durango”. Il cantautore del Minnesota, raccontano, rimase molto colpito dalla voce di De André, soprattutto dopo che David Zard gli fece ascoltare "La buona novella", traducendogliene al volo i testi. Il promoter, forte di quell’interesse, propose a De André la possibilità di un duetto con Dylan sul palco e persino di future collaborazioni discografiche.
La proposta, però, non andò a buon fine. “Fabrizio rifiutò perché non si sentiva pronto - ha rivelato Dori Ghezzi a Mario Luzzatto Fegiz del Corriere della Sera - La nostra cara amica Fernanda Pivano, che conosceva bene sia lui che Dylan, una sera gli disse con malizia: ‘Dimmi la verità Fabrizio, non volevi che Dori incontrasse Dylan?’”.
Un cronista dell’epoca, invece, ha ricordato così la vicenda: “Quando Zard mi raccontò l’accaduto, chiesi a De André perché avesse rifiutato un’occasione simile. Lui rispose, con una punta di spavalderia che non gli era consueta: ‘Io non faccio il supporter a nessuno’. Poi aggiunse, credo scherzando: ‘Se mi trovo su un palco vicino a Dylan, come minimo mi cago addosso’. Anni dopo, quando glielo ricordai, smentì: ‘Se l’ho detto, era solo per ridere’”.
In realtà, in quel periodo De André era già completamente immerso nella costruzione di "Creuza de mä", il progetto che sarebbe diventato il più audace e innovativo della sua carriera, coltivato assieme all'amico Mauro Pagani (Pfm).

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