In una fresca mattina di maggio ho incontrato Daniela Weinmann in un tranquillo caffè sulla Limmat, fuori dal centro di Zurigo per parlare del suo nuovo lavoro “Honest Work”. Mancavano due giorni non solo alla pubblicazione ufficiale, ma anche a un altro big event per il progetto Odd Beholder: il Release Party al Royal di Baden (nel Canton Argovia, ma sempre all’interno dell’area metropolitana zurighese). Nella nostra lunga conversazione, qui condensata per chiarezza, abbiamo parlato sì delle nuove canzoni, ma anche dell’intersezione tra l’industria musicale e gli interessi di quella tech, di forme di alienazione nell’era digitale e degli strumenti a disposizione per resistere all’incipiente dataficazione di ogni singolo aspetto della nostra esistenza. In questo contesto è emersa l’importanza delle scene locali indipendenti e di un modo di fare DIY. Il culto del genio artistico (uomo bianco cis) capace di creare tutto da solo si appoggia del resto su concezioni neoliberali che vanno a braccetto con le strutture patriarcali. “Mentre”, mi dice Weinmann, “nella mia esperienza le migliori idee nascono sempre dalla community”.
Iniziamo dal titolo del disco, “Honest Work”. Che cosa significa per te e perché ha assunto un ruolo tematico centrale nella raccolta?
È stata la prima cosa ad essermi chiara. Solitamente, prima di iniziare a scrivere, come in un momento di ispirazione, mi capita già di avere un’idea di quali temi un album debba trattare. Per questo lavoro il titolo “Honest Work” mi era chiaro fin dall’inizio, anche perché riflettevo a lungo su quest’idea del lavoro onesto, in relazione all’essere musicista in una società dove il settore terziario è quello predominante. In Svizzera mi sembra che da musicista tu produca un prodotto che cerchi poi di vendere. Certo, lo fa con dei laptop assemblati altrove o con dei microfoni realizzati in Svizzera, ma, semplificando, è come essere una sorta di contadina che produce e vende il prodotto del proprio lavoro. Eppure, fare musica per mestiere, a prima vista, non sembra rientrare nella categoria di “lavoro onesto” e sembra assomigliare più a un hobby. Anche perché la musica e l’arte in generale sono qualcosa di cui si vuole godere. Pensiamo ad esempio al sentire un concerto dal vivo: si vuole assaporare l’esperienza di magia e gioia, non pensare che qualcuno stia ora in realtà lavorando o magari chiedersi quali siano le condizioni di lavoro e retribuzione di questa persona. E questa illusione viene spesso anche assecondata da chi è attivo nel settore. Le parti più faticose del lavoro rimangono behind the scenes. Di certo non le raccontiamo su Instagram.
Tutte i tuoi lavori s’incentrano attorno a un unico tema che viene poi di volta in volta approfondito. Lo hai già accennato, ma mi sono chiesto se il tema di un disco lo scegliessi all’inizio o se questo emergesse dopo che le canzoni sono state scritte?
Scrivere canzoni è un lavoro molto personale, finanche terapeutico. Questo aspetto è molto importante per me. Non perché egoisticamente mi ritenga la persona più importante al mondo, ma perché penso che elaborare quello che occupa i miei pensieri o quello con cui ho a che fare in un dato momento della mia vita permetta ad altre persone, che si trovano nella stessa situazione emotiva o personale, di trovare poi una connessione con le mie canzoni. Si tratta di trovare una sorta di sweet spot tra un tema che può essere sia personale che rilevante per la società. Non intendo condensare la mia opinione nelle canzoni. Piuttosto cerco di scrivere e riflettere su quel tema per cercare di comprenderlo meglio. Se questo mi riesce davvero, allora forse sarà un buon album. Perlomeno, questa è la mia speranza.
Sì, direi che ti riesce. Ed è interessante quello che dici e ne riparleremo più avanti, ma è vero che le tue riflessioni non sembrano offrire una soluzione univoca e precisa ai problemi che riveli. Prima di procedere su alcune elementi contenutistici, volevo però chiederti qualcosa su un aspetto sonoro. Rispetto a quelli di «Feel Better» gli arrangiamenti per queste canzoni sono più cupi. Lo stesso si può dire per gli elementi visivi e iconografici, dalla copertina ai videoclip. Da dove scaturisce questa atmosfera più scura?
C’è una risposta abbastanza personale. Mi sono impegnata a lungo per la protezione del clima e l’elezione di Trump è stato un momento decisivo. Me lo ricordo benissimo, perché mi trovavo in un bosco al tramonto, l’atmosfera era molto pacifica e persino gli uccellini non stavano cantando: silenzio assoluto. In quel momento mi sono resa conto che avremmo perso l’occasione di implementare le misure necessarie per rallentare l’incombere della crisi climatica e le sue conseguenze sociali e globali. Ho avuto la sensazione che the end of world fosse vicina, che nonostante tutto l’impegno, la fatica, il lavoro gratuito profusi non ci fosse più alcuna speranza. Questo non significa che io creda che dobbiamo arrenderci, ma di certo la speranza non è più così solida come prima. Mi sono chiesta come fosse possibile che le narrative della destra populista anche in Europa fossero così popolari e se ci fossero stati da parte nostra degli errori nella comunicazione o nelle azioni intraprese. Mi sentii molto scioccata e sconsolata e quel momento concise con la prima fase di lavoro e concezione delle canzoni che compongono il nuovo disco.
Questo momento di svolta ha segnato anche la collaborazione con Douglas Greed (Mario Willms) che ha prodotto il disco?
I beat di Douglas Greed sono molto puliti, diretti, duri e in combinazione con accordi minori possono suonare un po’ più gelidi e appuntiti. La cupezza sul piano musicale a cui fai riferimento probabilmente scaturisce dal suo apporto al disco. Mentre “Feel Better” l’avevo prodotto in gran parte da sola, su questo lavoro ho voluto celebrare la nostra collaborazione.
Ho l’impressione che una sorta di working class Sisifo sia la figura chiave all’interno dell’album. Come mai hai deciso di riferirti a questo personaggio mitologico?
Mi ha influenzato il libro “Bullshit Jobs” di David Graeber, dove l’autore afferma come alcuni lavori siano contrassegnati dalla mancanza di senso e significato, che si trattino di attività 9 to 5 che semplicemente permettono di ricevere uno stipendio e che chi lavora non sappia realmente se quello che sta facendo sia importante o irrilevante. È una tesi abbastanza difficile da sostenere e non sono completamente d’accordo. Tuttavia, Sisifo, visto attraverso queste lenti, sembra essere felice: non sa perché deve spingere la sua pietra, ma riceve uno stipendio, ha una famiglia. Per lui sembra funzionare, anche se gli manca il senso di quello che fa tutti i giorni. Questo è davvero dark!
Legate al tema dell’alienazione ci sono altre canzoni sul lato B. Mi sembra anche che “Second Beer”, che chiude la prima parte, e “Drive”, che apre la seconda, siano connesse. Quasi a suggerire che l’unica way out sia fuggire via, guidando, di notte. Ma, ne parlavamo prima, non sembri dare una risposta vera e propria: è una fuga reale quella in “Drive”? O si tratta forse di un sogno o di un’illusione? È davvero ancora possibile andarsene via, fuggire da tutto?
Trovo che sia un’ottima analisi. Mi viene in mente una scena di “Lost in Translation” in cui due persone si trovano in una relazione infelice, sono stuck in questa situazione e bevono della birra in un bar. A un certo punto si guardano e pensano “che cosa è questa vita di merda?”. Questo è un po’ il sentimento dietro “Second Beer”: alla seconda birra alla noiosa grigliata tra amici tutti si rendono conto di quanto tutto sia palloso e che forse si possa fare qualcosa d’altro. Ed è un po’ la motivazione dietro “Drive” e quello che spinge ad andarsene via dalla quotidianità della propria vita. Anche se non credo che “Drive” sia la soluzione: non ce la si può svignare così facilmente dal sistema, licenziandosi, conducendo una sorta di van life e fingendo che vada tutto bene. A quel punto si è solamente escapisti, mentre nel frattempo il mondo va in rovina. Quello che credo si possa fare, quando non si sta bene nella propria posizione, nella propria quotidianità e la propria psiche ne soffre, è sì licenziarsi, ma per riflettere su cosa fare della propria vita, con chi lavorare, chi supportare. Questo mi sembra un buon passaggio intermedio con cui iniziare.
Anche in “Focus Disease” le soluzioni prescritte non sembrano funzionare… Trovare una way out non è semplice anche quando viene prescritta da un* psichiatra.
La way out qui sarebbe prendere del Ritalin così da potersi concentrare meglio. Il tema è complesso e non si può generalizzare: il Ritalin e altri psicofarmaci aiutano molte persone ed è importante che la ricerchi in questi ambiti continui. Ciononostante mi chiedo se a volte non ci si riesca a concentrare perché si ha l’impressione che qualcosa non abbia senso, che ci sia qualcosa di storto nella realtà che ci circonda. L’office culture è piena di aspettative, rituali e codici da decifrare e riutilizzare per fare carriera. È come se molte persone che non riescono a concentrarsi non si rendessero più conto che in realtà posseggono un’agency su come impostare il proprio lavoro. Alcune di loro prendono il Ritalin per andare avanti, ma la domanda è: non sarebbero forse più felici, per dire, se facessero l’insegnante d’asilo e accompagnassero la classe in una passeggiata all’aperto?
Nel comunicato stampa dicevi che forse non si tratta solo di un problema sanitario, ma anche di un problema di natura sociale. È facile, infatti, sentirsi overwhelmed dalla mole di notizie ed input e dalla comunicazione digitale in generale.
Sì, penso sia importante menzionare anche questo aspetto. Un mio amico una volta mi ha chiesto: pensi che le diagnosi di ADHD sarebbero così frequenti se i social media non esistessero? Forse, ma è complicato, ovviamente, visto che questa è la nostra realtà. E non è semplice non sviluppare una dipendenza cognitiva nei confronti dai social che smantellano con estrema facilità la nostra capacità di concentrazione.
La vita lavorativa di un* musicist* indie si differenzia sotto molti aspetti da quella della maggior parte delle persone. Allo stesso tempo, però, la pressione esercitata dall’industria tech e dalla crescente algoritmizzazione e dataficazione è molto forte – il che sembra rappresentare un ulteriore passo verso la mercificazione della musica e dell’arte. Questo tema viene affrontato in “Internet Famous”, ma anche in «Ring Light». Qui canti: «I was searching for connection/ That I now know how to sell/ A bad case of dissociation/ Now that I’m doing well”. C’è un modo per sfuggire a questa alienazione? Quali margini di azione esistono ancora?
Penso che ci sia una way out. Ma ti dirò anche di più: è possibile che questo sistema prima o poi si incrini completamente e che le persone si stufino di queste interazioni parasociali. Conosco molte persone che non sono più sui social media. Se i fan non sono più lì, ecco che allora questo tipo di attention prostitution non è più conveniente. La questione non è solo legata alla possibilità di avere una way out come musicista, ma forse può essere un movimento collettivo che riguarda tutti. Ci sono anche alternative a TikTok e Meta, sia che si tratti di forme di social media che non sono così algoritmizzate o di un recupero di una cultura DIY offline.
Gli interessi dei Tech Bro nel campo musicale hanno portato di recente a un paradosso: per sopravvivere e raggiungere un pubblico più ampio, bisogna assecondare gli algoritmi. Mi riferisco al caso di Chaotic Good e al lavoro che l’azienda ha svolto per alcune band e artisti come Geese o Mk.gee. Il paradosso è che, nonostante il consumo digitalizzato della musica, agli artisti indipendenti viene ancora richiesta quella stessa autenticità che per molto tempo ha rappresentato per la stampa musicale, ma non solo, un criterio di integrità artistica. E che, storicamente, è stato usato per mettere in discussione l’autonomia creativa delle musiciste.
Trovo molto interessante che hai menzionato questa questione, soprattutto perché per me l’autenticità rappresenta il più grande problema di Odd Beholder! Scherzo, però penso che l’autenticità sia performata in una maniera quasi banale (e già questo di per sé è paradossale). La pop/indie-culture è piena di elementi performativi che sono fottutamente fake e mi fanno impazzire perché mi sembrano meno autentici e meno onesti, per dire, di un progetto come gli Angine de Poitrine. Qualcosa che è artificiale è per me molto più autentico, perché l’arte è artificiale in un certo senso. Su Instagram non sono Daniela Weinman, ma Odd Beholder e non è affatto la stessa cosa! E più lo rivelo e più mi sembra di essere onesta perché mostro che questo progetto non sono io e che non è tutto autobiografico. O, detto in altre parole, non c’è niente di più autentico che le nostre fantasie e le nostre ansie. E queste sono magari bizzarre e vengono percepite come troppo artificiali rispetto a cantare di qualcosa di immediatamente “reletable”. Cosa che prima facevano solo artist* mainstream…
Senza contare poi il fatto che c’è da chiedersi come sia possibile che Taylor Swift possa essere ancora reletable… Detto da una persona a cui “folklore” in particolare piace molto.
Esatto, è l’esempio perfetto. Certamente si può apprezzare un’autenticità fake, ma è difficile quando a questa si crede, si viene manipolati e ci si confronta con quella falsa realtà completamente irrealistica.
Swift è sicuramente ancora la star più importante, ma questo discorso forse si collega al successo di Charli XCX negli ultimi anni presso il pubblico giovane e al fatto che non lei abbia nessun bisogno o volontà di raggiungere o cercare l’autenticità.
Sì, questo è interessante. Però quello che la cultura indie può fare – e che non può Charli XCX – è essere davvero cringe. Con così tanti soldi a disposizione è preclusa la possibilità di un fail come magari può fare Odd Beholder: se io mi mettessi a fare un video nel suo stile emergerebbe subito la natura DIY del mio tentativo. E forse questa è una cosa che dovremmo celebrare di più: è tutto sommato figo che sia fatto tutto senza il ricorso a videocamere, luci e vestiti super costosi e venga prodotto con poche risorse. I miei video per questo album sono stati realizzati con un budget estremamente ridotto e sembra un po’ teatro amatoriale ed è un po’ cringe, ma è adatto al contesto di queste canzoni. Senza contare il fatto che la categoria della production value è di fatto classista: non tutti possiamo realizzare videoclip a cui lavorano per mesi diverse persone che hanno accesso a tecniche e attrezzature costosissime.
Prima di concludere, vorrei parlare delle tue altre attività al di fuori degli Odd Beholder. Sei cofondatrice di Music Declares Emergency Switzerland. In che modo questa esperienza ha influenzato il tuo approccio alla composizione e alla produzione musicale?
Music Declares Emergency mi ha sicuramente influenzato. Per me è stato anche un modo per ritenermi sempre accountable e legarmi ad altre persone con gli stessi obiettivi. Con alcune delle stesse persone ho recentemente organizzato una serie di panels sul legame tra la broligarchy della Silicon Valley e l’industria musicale. Il lavoro che facciamo mira a costruire community dove è possibile discutere di questi temi. Abbiamo anche organizzato delle residency con artist* non solo per trovare una soluzione per limitare le emissioni di CO2, ma anche per riflettere su quale ruolo possa svolgere la musica in questa contingenza storica. Il capitolo svizzero di Music Declares Emergency ci ha permesso di condurre questi dibattiti.
(07 giugno 2026)
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