Banda Maje - Lungo le coste della Salifornia

intervista di Giuliano Delli Paoli

In occasione dll’uscita del nuovo disco, “Costa Sud“, incontriamo la band salernitana attraverso le parole del frontman, il polistrumentista Peppe Maiellano, tra omaggi all’indimenticabile Peppino Di Capri, sogni “saliforniani”, e voglia di vivere un tempo lento e lontano anni luce dalle logiche di mercato attuali.

Perché un tempo così lungo tra un disco e l’altro?
In questi cinque anni abbiamo comunque suonato molto, quindi siamo stati impegnati da quel punto di vista. Nel 2023 abbiamo lavorato al disco solista di Tonico 70, un progetto di cui ho scritto molto e che, anche se ufficialmente non compare nella nostra discografia, ha richiesto comunque tempo e dedizione. Successivamente è arrivato “Genesi” di Ufo Bar, tra il 2024 e il 2025. Per motivi legati alla parte discografica, quindi alle tempistiche dell’etichetta, si è scelto poi di pubblicare l’album quest’anno, anche se siamo riusciti a far uscire il singolo già a maggio dell’anno scorso. Diciamo che è stato un insieme di fattori: in parte una scelta, in parte una conseguenza delle circostanze. Nel frattempo, ho dovuto anche riorganizzare la formazione, perché alcuni musicisti hanno preso altre strade o hanno avuto nuovi impegni. È servito quindi un tempo tecnico per ricostruire gli equilibri.

Oggi sembra quasi obbligatorio pubblicare continuamente musica: dischi ogni pochi mesi, singoli a raffica, artisti che parlano sempre più spesso di burnout. Voi invece avete seguito un ritmo diverso, più lento. Come vivete questo rapporto con il tempo?
Diciamo che Banda Maje nasce anche come una risposta a questi tempi frenetici. Abbiamo creato un piccolo mondo onirico che parte dal luogo fisico in cui viviamo, Salerno, e diventa poi “Salifornia”: una sorta di evasione da tutte quelle dinamiche della realtà che non ci appartengono.Io ho un rispetto profondo per la musica, quindi penso che le cose debbano uscire quando è il momento giusto. Non credo nella pressione del “devi pubblicare perché altrimenti l’anno prossimo il disco sarà vecchio”. Questo modo di ragionare non fa parte della nostra idea di musica. Sono tempi molto complessi anche per la creatività in generale. Se vuoi realizzare un lavoro curato, non è detto che tu possa farlo ogni anno o ogni anno e mezzo. Poi ci sono anche dinamiche più grandi: non sappiamo cosa succederà con l’intelligenza artificiale, che secondo me rischia di cambiare profondamente il rapporto con la creatività. Essere un gruppo indipendente e underground ha sicuramente degli aspetti difficili, ma offre anche una grande libertà: possiamo scegliere quando uscire, come farlo e seguire il nostro percorso artistico.

In “Costa Sud” hai composto pensando ai singoli musicisti, quasi cucendo le parti addosso alle persone prima ancora che agli strumenti. Da dove nasce questa esigenza?
Sicuramente deriva dalla mia formazione personale. Sono nato come compositore e ho studiato anche per le colonne sonore, quindi ho sempre avuto l’esigenza di spaziare tra generi diversi e di non rimanere fermo in un’unica dimensione musicale.Il rapporto con i musicisti è quindi diventato fondamentale. In qualche modo Banda Maje i funziona quasi come una piccola orchestra: c’è bisogno di qualcuno che dia una direzione, ma allo stesso tempo ogni elemento deve avere il proprio spazio.Io posso avere un’idea iniziale del brano, ma poi, una volta creato un rapporto umano e professionale con i musicisti, lascio che ognuno porti dentro qualcosa di personale. A differenza di “Ufo Bar”, che nasceva più come un progetto costruito a tavolino, la band live è nata successivamente, per esigenza, perché ci chiedevano concerti. Dopo quell’esperienza il gruppo si è formato davvero, si è amalgamato, e questo rapporto di scambio tra compositore e musicisti è diventato naturale.Quando scrivo penso alle persone: so cosa può dare un singolo musicista, e quindi lascio libertà di espressione all’interno della struttura del brano.

Ascoltando “Costa Sud” vengono in mente riferimenti come Alan Sorrenti, il mondo magico di Peppino Di Capri e certe atmosfere esotiche. Quali sono stati i dischi o gli artisti che ti hanno in qualche modo ispirato?
Sicuramente Marcos Valle. Quando ho scoperto il mondo brasiliano, soprattutto quello tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, ho trovato un periodo molto interessante: quello della transizione tra sintetizzatori e strumenti acustici. Quello è stato un punto centrale per “Costa Sud”: riuscire a far convivere queste due anime, quella elettronica e quella acustica. Poi sicuramente gli Azymuth, che sono un gruppo straordinario, e tanti ascolti più nascosti, anche legati alla tradizione napoletana. Ci sono arrangiamenti e brani meno conosciuti che mi hanno colpito molto. Allo stesso tempo ho cercato anche di allontanarmi dagli ascolti esterni, per concentrarmi su quello che veniva fuori naturalmente. L’obiettivo era costruire un suono nostro, qualcosa che potesse diventare riconoscibile.

Hai studiato composizione per colonne sonore. Ebbene, se “Costa Sud” fosse affidato a un regista, che tipo di film immagini?
Mi immagino qualcosa come “Il sorpasso” di Dino Risi, però ambientato ai giorni nostri. Alla base di “Costa Sud” c’è proprio una dimensione surreale legata al territorio. Se fai un giro lungo la costa che va da Salerno fino a Paestum trovi una contraddizione enorme: da una parte c’è una bellezza naturale incredibile, un patrimonio storico immenso, la Magna Grecia, la nostra storia; dall’altra c’è il degrado prodotto dall’uomo moderno negli ultimi decenni. È un territorio che sembra essere stato benedetto dalla natura ma poi ferito dalle trasformazioni umane. Questa contraddizione per me è molto poetica: noi viviamo dentro questo paesaggio, vediamo queste ferite, ci rendiamo conto di quello che succede, ma allo stesso tempo la vita continua con un ritmo lento. È una dimensione diversa rispetto alle grandi città: qui il tempo scorre in maniera particolare. Forse il senso di “Costa Sud” nasce proprio da questa sensazione: vedere il mondo cambiare velocemente intorno a noi e cercare comunque di restare fedeli al nostro modo di vivere.

A proposito di rallentamenti, “Jet Lag” è forse uno dei brani più rilassati dal punto di vista melodico. Come nasce questo pezzo e come avete trasformato il concetto del jet lag in musica? Trae linfa da un brano che Tonico 70 aveva realizzato nel 2017. È stato proprio quel pezzo l’occasione in cui ci siamo conosciuti io, Tonico e Francesco, perché abbiamo suonato insieme per la prima volta. Quindi questa nuova versione è diventata prima di tutto una celebrazione della nostra amicizia e del percorso fatto insieme. Il brano originale nasceva da un viaggio di Tonico a New York: era stato influenzato dall’atmosfera della città, dal suo lato più duro e metropolitano, quindi aveva una sonorità più scura, quasi psichedelica. La versione della Banda Maje, invece, è completamente diversa: è più solare, ma mantiene l’idea di fondo del jet lag, cioè quel senso di disorientamento, di passaggio tra mondi diversi. Abbiamo cercato di rappresentarlo attraverso una sorta di caos organizzato: c’è una parte più jazzata con l’assolo di tromba di Gianfranco Campagnoli, poi il solo di chitarra e diversi cambi di atmosfera. Sono tutti elementi che vogliono raccontare quella sensazione di sfasamento tipica del jet lag.

Avete condiviso il palco con artisti importanti come Seun Kuti. C’è un ricordo particolare legato a tali incontri?
La serata al Locus Festival è stata sicuramente memorabile. L’unico rammarico è che non fosse presente Roy Ayers, che purtroppo dovette rinunciare poco prima dell’evento per motivi di salute. Con Seun Kuti abbiamo avuto modo di salutarci velocemente nel backstage, perché nei festival gli artisti sono sempre impegnati e gli incontri spesso durano poco. Però il suo concerto ci ha lasciato qualcosa di incredibile: vedere l’afrobeat suonato dagli eredi diretti di quella tradizione è stato un’esperienza fisica, una massa sonora che ti arriva addosso. Per noi è stato bellissimo poter condividere un palco così importante arrivandoci da indipendenti.

Negli ultimi anni in Campania, soprattutto tra Napoli e Salerno, sembra esserci una riscoperta di certe sonorità legate al passato: funk, library music, colonne sonore, musica elettronica italiana. Vi sentite parte di questa nuova scena?
Più che una scena organizzata, credo sia l’espressione di un fermento che esisteva già da tempo.Parliamo comunque di realtà underground che per anni sono rimaste nascoste. In questo caso credo che l’esplosione di Napoli Segreta, Nu Genea e altri progetti abbia contribuito a far emergere un movimento che già esisteva. Anche la scena dei dj della nostra zona, Tonico 70, Famiglia DiscoCristiana, il mondo del funk e della ricerca musicale hanno preparato un terreno fertile. Poi secondo me i Nu Genea hanno semplicemente fatto saltare il tappo: grazie all’interesse arrivato dall’esterno, oggi queste realtà hanno più possibilità di uscire dalle cantine e di essere ascoltate.

La copertina dell’album è dedicata all’Alfa Sud. Un’immagine che porta con sé tantissimi significati: l’infanzia, i viaggi, il rapporto con il Sud, ma anche la storia industriale di Pomigliano. Perché proprio questa automobile?
L’Alfa Sud fa parte dell’immaginario italiano collettivo. Pensiamo anche al cinema, ad esempio a “Bianco, rosso e Verdone”: era l’auto scelta da chi emigrava per mantenere un legame con la propria terra d’origine.Però l’Alfa Sud è anche la storia della fabbrica di Pomigliano, un progetto industriale molto importante per il Mezzogiorno.A livello estetico avevo questa immagine in testa e ho fatto una ricerca lunga per riuscire a trovare la macchina giusta: ci sono voluti circa sei o sette mesi. Poi, studiando la storia dell’Alfa Sud, mi sono appassionato ancora di più. È una di quelle vicende della Prima Repubblica, quando lo Stato investiva grandi risorse per creare sviluppo industriale nel Sud. Il progetto sulla carta era molto valido, doveva essere un’automobile completamente concepita e realizzata nel Mezzogiorno. Però alla fine si è scontrato con la realtà del contesto storico: problemi produttivi, materiali non sempre adeguati, tensioni sociali e lotte operaie.Un’idea bella che si è confrontata con tutte le difficoltà del Paese. In questo senso ci somiglia: un po’ “sgarrupata”, ma con un’identità forte.

Un altro brano centrale dell’album è “Africana”. Come nasce questa canzone?
La musica del pezzo esisteva già. La dedica è arrivata successivamente.Durante una gita in barca con alcuni amici lungo la Costiera Amalfitana sono arrivato davanti all’Africana di Praiano, un luogo storico che conoscevo anche attraverso i racconti dei miei genitori.Negli anni Sessanta era un night club molto famoso, un posto esclusivo dove si arrivava anche via mare da Salerno. Mi ha colpito subito questa atmosfera decadente, perché abbiamo sempre una certa attrazione per i luoghi che portano dentro una storia. Poi ho iniziato ad approfondire la vicenda e ho scoperto la storia di Luca Milano, colui che aveva creato l’Africana: negli anni Sessanta aveva trasformato un borgo di pescatori in un punto di riferimento internazionale per il jet set.Sono passati da lì personaggi famosissimi, da Jacqueline Kennedy alla regina di Svezia. Era un luogo simbolo di un’epoca.La parte più triste è che Luca Milano, molti anni dopo, si è tolto la vita proprio all’interno del suo locale. Questa cosa mi ha colpito molto, anche perché sono tematiche che avevo già affrontato in passato, come nel progetto Ufo Bar, con la storia di Agostino Di Bartolomei: il rapporto tra creatività, fragilità e il sentirsi fuori posto. Dal punto di vista musicale abbiamo poi giocato sul significato della parola “Africana”, richiamando atmosfere tribali e costruendo il brano intorno a questa idea.

Avete creato un immaginario molto legato alla vostra terra, fino ad arrivare alla “Salifornia”. Molti giovani musicisti invece pensano che per emergere bisogna andare a Roma o Milano. Voi non avete mai avuto questa esigenza?
La scelta di restare qui è qualcosa che accomuna tutti i musicisti di Banda Maje. Ognuno ha la propria storia legata a questo territorio: il lavoro, gli affetti, il vissuto personale.Poi bisogna anche chiedersi cosa significhi oggi andare a Milano per cercare qualcosa. Se l’obiettivo è inseguire il successo, forse stai cercando un’altra cosa rispetto alla musica.Noi non viviamo esclusivamente della nostra musica, abbiamo anche altre attività, e questo ci permette di mantenere una libertà artistica maggiore. Siamo anche un gruppo particolare dal punto di vista organizzativo: quando normalmente una band si muove in tre o quattro persone, noi arriviamo anche in dieci. Siamo una piccola orchestra e questo può diventare un problema per gli organizzatori. A volte ci chiedono se possiamo ridurre il numero dei musicisti, ma la risposta è che quel suono nasce proprio da quella formazione. Se togli elementi, cambia completamente la musica.Non siamo un gruppo che ragiona esclusivamente in termini economici. Ovviamente bisogna sostenere i costi e far funzionare le cose, ma il primo obiettivo resta quello artistico: portare la musica nelle condizioni giuste. Dietro un disco o un concerto c’è un lavoro enorme che spesso il pubblico non vede. Noi ci sentiamo fortunati perché, nonostante tutte le difficoltà del settore musicale italiano, continuiamo a ricevere richieste e possibilità di suonare.

C’è un disco che ti ha cambiato la vita o che ha avuto un ruolo fondamentale nella tua formazione?
Dirne uno solo è praticamente impossibile, però sicuramente gli Area. In particolare Demetrio Stratos, su cui ho anche fatto la tesi di laurea al triennio. Gli Area mi hanno aperto la mente sotto tantissimi aspetti: dal punto di vista musicale, compositivo, ma anche umano. C’è una frase di Demetrio Stratos che per me è stata fondamentale: “abolire le differenze tra musica e vita”. Ho cercato di portare questo concetto anche nel mio percorso artistico. In Banda Maje, c’è la nostra vita dentro, perché credo che un musicista debba essere sincero nel momento creativo. Non penso si debba costruire un personaggio separato dalla persona. Bisogna mettere nella musica quello che si vive ogni giorno: le esperienze, i sentimenti, le contraddizioni. Probabilmente è proprio questo il punto di partenza che ci ha portato a fare Banda Maje.

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Discografia

Ufo Bar (Four Flies)
Costa Sud (Four Flies)
Pietra miliare
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