A 55 anni dalla sua uscita, “Meddle”, uno degli album cruciali nell’evoluzione dei Pink Floyd, torna in una nuova edizione in vinile. La ristampa sarà pubblicata il 17 ottobre in vinile arancione marmorizzato “San Tropez” e manterrà la tracklist originale del disco del 1971. Nella stessa giornata arriverà anche una versione restaurata in alta risoluzione della celebre sequenza finale di “Crystal Voyager”, il film sul surf del 1973 accompagnato dalle note di “Echoes“.
Sesto album in studio dei Pink Floyd, “Meddle” rappresentò un passaggio fondamentale verso la definizione del linguaggio che avrebbe trovato piena espressione nei lavori successivi. Registrato tra gli impegni dal vivo e attraverso una lunga serie di esperimenti in studio, il disco contrapponeva ai cinque brani della prima facciata la monumentale “Echoes”, suite di circa 23 minuti che occupava interamente il secondo lato e sarebbe diventata una delle composizioni simbolo della band.
La sequenza finale di “Crystal Voyager”
Proprio “Echoes” è al centro dell’altra iniziativa prevista per il 17 ottobre. Verrà infatti riproposta, dopo un nuovo restauro, la sequenza conclusiva di “Crystal Voyager”, documentario diretto da David Elfick e scritto e narrato dal surfista, fotografo e regista George Greenough. Per ottenere quelle immagini spettacolari dall’interno delle onde, Greenough aveva costruito uno speciale supporto per la macchina da presa da utilizzare direttamente in acqua. L’abbinamento tra le riprese e la musica dei Pink Floyd nacque quasi casualmente. Greenough scoprì “Echoes” grazie a una copia di “Meddle” comprata per lui dalla madre e si accorse che la durata della composizione coincideva quasi perfettamente con quella della sequenza che stava montando. Elfick si recò quindi a Londra per chiedere ai Pink Floyd l’autorizzazione a utilizzare il brano, ma la produzione non disponeva del denaro necessario per acquistare i diritti.
Fu trovato così un accordo particolare: “Echoes” sarebbe stata concessa a “Crystal Voyager” e, in cambio, i Pink Floyd avrebbero potuto utilizzare le riprese di Greenough come accompagnamento visivo durante i loro concerti.

“Non avevo mai sentito ‘Echoes’ prima che mia madre mi regalasse il disco”, ha ricordato Greenough. “Quando l’ho ascoltato, ho pensato che dovesse essere la colonna sonora. Abbiamo chiesto di poterlo usare e abbiamo stretto un accordo con i Pink Floyd”. Oltre mezzo secolo dopo, Greenough ha nuovamente collaborato con la band per restaurare quella storica sequenza.
Proprio la mastodontica suite di “Echoes” segnò un cambio di passo decisivo. Dal momento in cui Richard Wright tocca quella prima, inconfondibile nota, è chiaro che il gruppo inglese ha ormai imboccato la strada della costruzione di nuovi paesaggi sonori, meno eccentrici rispetto agli esordi ma altrettanto complessi. Dopo il preludio – composto dallo stesso Wright e creato per mezzo di un’estensione del suono di un pianoforte a coda amplificato mediante un altoparlante Leslie e una nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour – l’ingresso della batteria preannuncia la strofa, cantata dal chitarrista, quindi il lungo assolo di chitarra elettrica spiana la strada a un’incursione spiazzante nel funk – con chitarra distorta di Gilmour e basso slide di Waters sugli scudi – fino all’irruzione dell’organo Farfisa di Wright che sfocia in un altro crescendo di matrice psych–prog, chiuso dalla coda finale, con assolo di Gilmour in dialogo con il piano di Wright, a sfumare. Una prodezza assoluta nata da una serie di 36 differenti idee musicali, grazie alle quali nacque la versione embrionale (“Return Of The Son Of Nothing”), poi rinominata “Echoes”.
La magia di “Echoes”
Gilmour non ha mai avuto esitazioni nel considerare “Echoes” uno dei vertici assoluti dei Pink Floyd: “È il capolavoro dell’album, il brano in cui stavamo tutti scoprendo cosa fosse davvero la band. ‘One Of These Days’ è quasi un pezzo derivato, nato mentre lavoravamo a ‘Echoes’”. E anche Waters, notoriamente severo con gran parte della produzione successiva del gruppo, ha sempre riservato a quel brano un posto speciale. Pur riconoscendo che “The Wall” sia un’opera monumentale e che “The Dark Side Of The Moon” resti il disco più celebrato, Waters ha più volte sottolineato come il messaggio di “Echoes” rappresenti ancora oggi un punto fermo del suo pensiero: “Ho sempre avuto un solo messaggio: ‘Two strangers passing in the street, by chance, two person’s glances meet, and I am you, and what I see is me’. È lì, su ‘Meddle’, e non è mai cambiato”. Ambizioso, dunque, anche il tema del brano: una riflessione sulla genesi del mondo e sulla ciclicità della vita. Ma “Echoes” non è solo quel messaggio. Nei suoi 23 minuti, il brano documenta una band che sperimenta, smonta e ricostruisce il proprio linguaggio fino a trovare un equilibrio nuovo, con la lunga sezione centrale in cui Gilmour può espandere il suo fraseggio, un lavoro di sound design allora sorprendente e quel riff discendente così memorabile da sembrare quasi un archetipo, uno di quelli che molti avrebbero voluto firmare.
“Echoes” rimase stabilmente nel repertorio dal vivo dei Pink Floyd tra il 1971 e il 1975 e divenne anche uno dei momenti centrali di “Pink Floyd Live At Pompeii“, dove compare divisa in due parti, in apertura e in chiusura del film. Il gruppo la recuperò brevemente nel 1987, all’inizio del tour di “A Momentary Lapse Of Reason”, mentre David Gilmour la riportò sul palco nel 2006 durante il tour di “On An Island“. Si tratta anche del brano che intitolerà l’antologia “Echoes: The Best Of Pink Floyd” del 2001, dove è inclusa in una versione ridotta di 16 minuti e 30. In anni più recenti anche i Saucerful Of Secrets di Nick Mason l’hanno inserita nel proprio repertorio.
La tracklist della riedizione di “Meddle”
La nuova edizione di “Meddle” conserverà i sei brani dell’album originale:
La ristampa si aggiunge alle numerose iniziative dedicate negli ultimi anni al catalogo dei Pink Floyd, tra cui il progetto “8-Tracks“, l’edizione per il cinquantesimo anniversario di “Wish You Were Here” e la nuova pubblicazione di “Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII“.

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