Titolo: Pink Floyd - Pigs Might Fly - La vera storia
Autore: Mark Blake
Editore: Il Castello (Collana Chinaski edizioni)
Pagine: 444
Prezzo: € 22,00

Cosa si può scrivere di originale sui
Pink Floyd nell'anno domini 2025? Ancora molto, a giudicare dalle 444 pagine sfornate dal giornalista inglese Mark Blake per questa nuova mastodontica bibbia
floydiana intitolata “Pigs Might Fly - La Vera Storia”, uscita in questi giorni per Il Castello/Chinaski. Non si tratta, in realtà, di un inedito assoluto, almeno a livello internazionale, bensì dell’ultima e più aggiornata versione dell’opera considerata “la biografia definitiva” della formazione inglese. Un'opera che è stata dunque rivista e ampliata rispetto all’edizione del 2007 – includendo ad esempio l'ultima
reunion sul palco del 2005 e la morte del tastierista Richard Wright – e che ora giunge in Italia per la prima volta, con traduzione a cura di Sara Boero.
Giornalista di lungo corso per Q, Mojo e Uncut, Blake è ritenuto un'autorità in campo
floydiano: ha curato le note del cofanetto “The Early Years 1965–1972” (2016), una delle più importanti uscite recenti della band inglese, e ha contribuito alla realizzazione della mostra “Their Mortal Remains”. Più di recente, ha firmato altri due volumi, il nuovissimo "
Shine On - The Definitive Oral History", in cui riaffiorano anche le lettere perdute di Syd Barrett, e “Us And Them: The Authorised Story of Hipgnosis” (2023), testo ricco di riferimenti ai Pink Floyd e alla loro collaborazione con il celebre studio di
design grafico. Blake è anche finito, suo malgrado, al centro di una delle innumerevoli polemiche tra David Gilmour e Roger Waters: il
casus belli, per l'occasione, è stato un testo scritto per
l’edizione remix del 2018 di “Animals”, nel quale lo scrittore attribuiva a Waters la quasi totale paternità dell’album del 1977, riaccendendo nuove tensioni tra i due membri storici del gruppo.
In ogni caso, Blake tenta di tenersi a debita distanza dalla sgradevole faida che inquina da oltre 40 anni l'eredità della storica formazione britannica (salvo qualche bacchettata nei confronti di Waters, reo di aver spesso prevaricato la band). Il focus del libro sono soprattutto le testimonianze che permettono di ricomporre l'intero mosaico di una delle vicende musicali più complesse ed entusiasmanti della storia del rock. Attraverso interviste ai membri della band e a centinaia di amici, collaboratori, parenti e fidanzate, Blake ricostruisce dai primi anni Sessanta tutto quello che ha rappresentato e continua a rappresentare l’enigma
floydiano: dagli esordi con "
The Piper At The Gates Of Dawn" al trionfo internazionale di "
The Dark Side Of The Moon", fino alla consacrazione di fine anni 70 con "
The Wall" e agli ultimi capitoli della band ormai dimezzata. Una vera epopea che ha saputo rinnovarsi e rigenerarsi tra conflitti, riappacificazioni e tensioni permanenti, soprattutto tra i tre leader che si sono (più o meno) avvicendati al timone del gruppo:
Syd Barrett,
Roger Waters e
David Gilmour.
Particolarmente suggestive le pagine che descrivono la prima fase di vita della compagine
floydiana, illuminata dal genio sregolato di
Syd Barrett. La complessa e inafferrabile personalità del “Crazy Diamond” viene ricostruita attraverso testimonianze, anche intime, che ne tratteggiano un commovente ritratto. Il declino di Syd, descritto attraverso voci di amici, tecnici e colleghi, diventa il primo trauma collettivo della band, il seme di quell’inquietudine emotiva che, anni dopo, Roger Waters avrebbe trasformato in linguaggio concettuale.
Ricca e minuziosa, nel complesso, tutta la fase dedicata agli anni formativi: la scena di Cambridge, le serate nei college universitari, le prime sperimentazioni in studio, nonché le leggendarie esibizioni psichedeliche all’Ufo Club nella Londra dei
Sixties. Sono pagine in cui si avverte l'accuratezza della ricerca, volta anche a sottolineare aspetti critici nella storia
floydiana: l'eccessiva dipendenza dal genio personale di Barrett, la lenta professionalizzazione della band, l'irrigidimento delle personalità man mano che il successo si consolidava.
Non manca una cospicua messe di aneddoti: dal curioso arresto in Francia nel 1965 di Barrett e Gilmour per
busking alla leggenda del presunto intervento di Barrett in "
Sgt. Pepper's" dei
Beatles, dall’ospitalità concessa dalla rockstar
Alice Cooper durante il primo tour negli Stati Uniti alle “lezioni” di Southern Comfort impartite da
Janis Joplin a Waters e Mason, dal gran rifiuto di
Jeff Beck, contattato per prendere il posto di Barrett, alla rocambolesca esperienza di Gilmour che si improvvisò fonico per
Jimi Hendrix all’Isola di Wight. Apprendiamo poi di come Waters, avendo ricevuto una chitarra da uno zio, iniziò a prendere lezioni per poi rinunciare a causa del dolore alle dita, o di quando Barrett prese un accendino Zippo e lo fece scorrere su e giù per il manico di una chitarra amplificata, ottenendo l’effetto di un
bottleneck, mentre Gilmour suonava attraverso un paio di Leslie con lo scopo di catturare il suono di Clapton su “Badge” dei Cream (1969). Divertente anche il ricordo di quando Bob Geldof riuscì a far salire insieme sul palco Gilmour e Waters per la storica
reunion del Live 8 del 2005 – il chitarrista e il bassista dei Pink Floyd non si parlavano senza la presenza di un avvocato dal 1985 – dicendo loro: "Avete reso un vecchio uomo molto felice... Non che io vi sopporti, stronzi". E aggiungendo poi: "Perché in realtà la vostra musica non mi è mai piaciuta davvero!".
Lo stile di Blake è asciutto e giornalistico, tende a lasciar parlare i fatti piuttosto che lanciarsi in interpretazioni personali, pur non rinunciando a esprimere giudizi. Uno degli aspetti più controversi del libro riguarda le attribuzioni di merito tra i membri del gruppo — in particolare la centralità di Roger Waters nella fase di grande successo e il ruolo di David Gilmour e Rick Wright. Nella lettura di Blake, piuttosto condivisibile per chi scrive, Waters emerge spesso come la vera forza propulsiva delle idee tematiche e concettuali, mentre gli altri membri vengono descritti in ruoli più sfumati. Una lettura che è stata anche contestata da alcuni recensori e membri dell'entourage, secondo i quali la creazione del "suono Floyd" sarebbe stata più collettiva e meno riconducibile a una singola figura. Del resto, come si accennava, Blake non manca di rimarcare anche l'atteggiamento prevaricatore che Waters ha ostentato in più occasioni, minando alle fondamenta la stessa casa floydiana.
Nelle descrizioni delle fratture interne nate attorno a "
Wish You Were Here" e "
Animals", si avverte la fatica di un gruppo che, pur continuando a produrre capolavori, non riesce più a funzionare come collettivo. Particolarmente ricco il capitolo sulle sessioni di "
The Wall", attraversate costantemente da tensioni professionali e personali che non hanno potuto non riflettersi nel prodotto finale. Ma del resto i contrasti interni sono stati al contempo la scintilla che ha permesso alla band inglese di creare capolavori senza tempo, sempre pervasi da quella angoscia latente che rimane la sua cifra caratteristica, perché "hanging on in quiet desperation is the English way".
In tutto ciò emerge anche la straordinaria progressione tecnologica che ha accompagnato l’opera dei Pink Floyd. Tra esperienze psichedeliche ed eccentriche sperimentazioni, la band inglese ha sempre immesso nei dischi e nei concerti uno sforzo artistico e una ricerca tecnologica senza precedenti: dalle tecniche di registrazione pionieristiche all’uso dei synth, dalla mescolanza di generi musicali agli effetti luminosi e alle scenografie colossali dei live. Oltre trent’anni di un’arte costellata da audacia sonora, utilizzo avanguardistico di grafica e fotografia, oltre a testi intrisi di filosofia e introspezione psicologica che hanno fatto dei
Pink Floyd un vero spartiacque per la loro epoca.
La parte finale del libro, dedicata alla diaspora post-"The Wall", si legge come un romanzo sulla sopravvivenza del brand più che della band. Blake segue i percorsi individuali con sguardo obiettivo: Waters che si inabissa nelle sue ossessioni politiche, Gilmour che tenta di tenere in vita con misura il
sound floydiano, Mason che conserva il ruolo di archivista della memoria comune.
Ironicamente ispirato al celebre maiale in volo nei loro concerti, “Pigs Might Fly” - che per il mercato americano fu pubblicato con il titolo di "
Comfortably Numb" per evitare che il gioco di parole rischiasse di venire frainteso o non compreso affatto - è un libro completo e accurato, in grado di restituire tutta la complessità e la grandezza della band inglese. Una sorta di ritratto definitivo che si può leggere anche come un grande reportage sull’industria musicale britannica dal 1965 in poi, in cui la storia
floydiana diventa un prisma attraverso cui osservare le trasformazioni del rock, del mercato e della cultura popolare.
A proposito dello stato attuale dei
Pink Floyd, in una recente intervista a Mojo, Mark Blake ha sottolineato: “Hanno venduto il loro catalogo alla Sony, credo ci sia la sensazione di lasciar andare, un sollievo nel non sentirsi più incatenati a questa bestia. C’è anche il desiderio di voler avere l’ultima parola – certamente nel caso di
David Gilmour, per rimettere alcune cose a posto e spiegare che il suo contributo è stato più rilevante di quanto a volte si sia fatto credere, rispetto all’idea che fosse tutto merito di Roger Waters. Sarà interessante vedere come andranno le cose nei prossimi anni, perché la Sony ha pagato una fortuna. Non resterà in silenzio". Come l’araba fenice, insomma, i Pink Floyd riescono sempre a rinascere dalle loro ceneri, ravvivando un mito che resiste e persevera a dispetto di tutto. Anche di loro stessi.