Quando distruggere e rifare da capo un brano può condurre a un capolavoro. È accaduto a un pezzo dei Pink Floyd e non uno qualsiasi, bensì la suite più lunga e – forse – di maggior successo composta dalla formazione inglese.
Com’è noto, dopo il successo clamoroso – e per certi versi inaspettato - di “The Dark Side Of The Moon”, Roger Waters e compagni si trovarono di fronte a un vicolo cieco. Era impensabile cullarsi sugli allori e limitarsi a un seguito corretto o prudente. L’obiettivo era sorprendere ancora una volta. In quella fase di ricerca, come vi abbiamo raccontato in un altro speciale, il gruppo inglese tornò a un’idea coltivata negli anni precedenti: realizzare un intero album senza strumenti musicali, utilizzando soltanto oggetti comuni trovati in casa. Un progetto chiamato “Household Objects” che prese forma in studio, richiese diverse settimane di lavoro e generò una manciata di registrazioni, ma venne poi rigettato dal gruppo.
In questo clima di incertezza, avvenne anche la lavorazione della succitata suite, intitolata "Shine On You Crazy Diamond", per rievocare l’ingombrante “convitato di pietra” della band: Syd Barrett, il primo leader, lontano da tempo ma la cui presenza continuava ad affiorare anche sul “lato oscuro della Luna”. L’intero album “Wish You Were Here” sarebbe stato dedicato al rimpianto per la sua assenza. Del resto, già "The Dark Side Of The Moon", infatti, lasciava intravedere la sua ombra, soprattutto nel tema della follia come destino umano. In "Shine On You Crazy Diamond", quell’ombra diventa invece il centro emotivo del racconto.
Ma se il tema era fortemente sentito da tutto il gruppo, la cornice sonora stentava a delinearsi. Durante le session, i Pink Floyd si trovarono costretti a cancellare intere giornate di lavoro, quando il brano era già in fase avanzata. A un certo punto, come ha raccontato David Gilmour, il gruppo si rese conto addirittura che oltre metà del materiale registrato non poteva essere salvata.
La scelta di ripartire da zero dice molto del rapporto che i Pink Floyd avevano con questa composizione. "Shine On You Crazy Diamond" richiedeva una verità emotiva che andava oltre la semplice rifinitura tecnica. Se l’atmosfera risultava sbagliata, anche il feeling lo era, e nessun virtuosismo di studio avrebbe potuto mascherarlo. Meglio cancellare tutto, insomma, che fissare su nastro qualcosa di artificiale. Così, invece di forzare i tempi, la band lasciò che il brano trovasse lentamente la propria forma. Smontare e ricostruire divenne parte integrante del percorso, ed è anche per questo che la traccia conserva una fragilità e una solennità così palpabili.
In un’intervista a Guitarist, riportata da Far Out, Gilmour ha ricordato come il problema principale fosse legato all’uso eccessivo del riverbero: "Non ce ne siamo accorti subito. Continuavamo a lavorarci pensando che fosse solo riverbero. Poi un giorno abbiamo provato a eliminarlo, a spegnerlo del tutto, e ci siamo accorti che non era possibile. Credo che alla fine abbiamo rifatto l’intera base, batteria, basso e tutte le chitarre di ‘Shine On You Crazy Diamond’".
Un errore del genere avrebbe scoraggiato chiunque, ma ascoltando il brano finale non si avverte alcuna stanchezza. La band riuscì perfino a recuperare parte degli esperimenti abortiti degli “Household Objects”, per la precisione “Wine Glasses”, costruita strofinando dita bagnate su calici di vetro, che divenne proprio l’embrione dell’apertura di “Shine On You Crazy Diamond”. David Gilmour ha più volte ricordato il metodo impiegato: “Se si stappa una bottiglia di vino attraverso la bocca del collo si ottiene un suono alto, come quello delle tablas, da altri oggetti escono diverse sonorità, e così via. Ci abbiamo gingillato un po' intorno. All'epoca realizzammo quei rumori e li registrammo. Passammo un sacco di tempo lavorando con degli elastici tirati contro scatole di fiammiferi. Tutto ciò che ne cavammo fu un nastro a sedici piste con melodici bicchieri di vino. Dita bagnate, un bicchiere di vino, tutto intonato. L'abbiamo usato per l'apertura dell'album 'Wish You Were Here'. È un suono piacevole. Così servì a qualche scopo”.
Ma è solo l’inizio di un brano memorabile, la cui parte musicale fu composta principalmente da Gilmour e Wright con qualche intervento di Waters, che scrisse anche il testo, ispirato – come si diceva - all’ex-compare Syd Barrett alias “Crazy Diamond”. La band avrebbe voluto che la suite fosse contenuta in un solo lato dell'album ma poi, per la sua durata, venne divisa in due parti su ciascun lato dell'album. Indimenticabile – fin dal primo ascolto – l’intro spaventosa, con le lente e ipnotiche note della Fender Stratocaster di Gilmour che, unite alle tonalità eteree del sintetizzatore di Wright, creano un senso di immensità spaziale, reso ancor più straniante dalla progressione fluida degli accordi in sottofondo, realizzati dai membri del gruppo facendo scorrere le dita sul bordo dei bicchieri di vino. Quindi, il tema di quattro note del brano, noto come "Syd’s Theme”, suonato dalla chitarra elettrica, presto affiancata dalla batteria e dal basso. Da qui in poi è un susseguirsi di evoluzioni sorprendenti, in cui ogni strumento ha il suo spazio e nessun elemento prevarica sull'altro, anche se i riff magistrali di Gilmour si prendono la ribalta. Il basso di Waters si muove con discrezione, mentre Mason fornisce un drumming misurato che supporta la vastità sonora e gli inserti del sassofono di Dick Parry donano al brano una qualità ancora più riflessiva e quasi jazzistica. Nella Parte VI-IX, il brano assume un tono più oscuro e riflessivo, chiudendo il cerchio con un ripetuto tema strumentale che richiama la parte iniziale della suite, come a voler sottolineare la fine del viaggio, colma di malinconia. Sullo sfondo, la discesa di Syd in un oblio di alienazione e follia, con quella supplica disperata racchiusa in un verso: "Come on you raver, you seer of visions". Non solo un tributo all’amico perduto, ma una meditazione universale sulla caducità dell’esistenza e della condizione artistica.