All’inizio degli anni Settanta i Pink Floyd sono una band ancora alla ricerca della forma definitiva della propria musica. L’era psichedelica di Syd Barrett è ormai alle spalle, ma il gruppo non ha ancora trovato quell’equilibrio tra sperimentazione, scrittura, tecnologia e ambizione concettuale che di lì a poco lo trasformerà in uno dei fenomeni più importanti della storia del rock. Sono anni di passaggio e di tentativi: le lunghe suite di “Ummagumma“, l’esperimento orchestrale di “Atom Heart Mother“, le atmosfere di “Meddle”, le colonne sonore, i concerti nei quali i brani cambiano sera dopo sera. È proprio in questa sequenza di tentativi che affiorano le idee destinate a confluire in “The Dark Side Of The Moon“.
Il disco che nel 1973 cambierà per sempre la storia dei Pink Floyd non nasce infatti da un’improvvisa illuminazione in studio. È il risultato di un processo lungo, nel quale materiali vecchi e nuovi vengono recuperati, modificati e messi al servizio di un progetto finalmente unitario. Roger Waters vuole costruire un’opera intorno alle pressioni che condizionano l’esistenza dell’uomo: il tempo che passa, il denaro, la morte, la follia, il potere, la paura e il conflitto. La musica deve seguire la stessa logica, evitando per quanto possibile la tradizionale successione di tracce separate e trasformando l’album in un unico flusso sonoro.
La colonna sonora mancata
Già alla fine del 1971 qualcosa sta prendendo forma. Nell’ultima parte dell’attività dal vivo di quell’anno affiorano idee che saranno sviluppate nei mesi successivi; alla fine di novembre la band si ritrova per mettere ordine nel nuovo materiale, pensando fin dall’inizio anche alla sua resa sul palco. Nei primi mesi del 1972 “The Dark Side Of The Moon”, inizialmente presentato come “The Dark Side Of The Moon: A Piece For Assorted Lunatics”, viene così eseguito dal vivo ancora prima di essere completato in studio. I concerti diventano un gigantesco banco di prova: strutture, raccordi, dinamiche e testi possono essere verificati davanti al pubblico e continuamente perfezionati.
Tra i materiali recuperati per il nuovo progetto ce n’è uno che arriva addirittura dal 1969, quando Michelangelo Antonioni aveva coinvolto i Pink Floyd nella colonna sonora di “Zabriskie Point“. Richard Wright aveva composto una sequenza pianistica, conosciuta come “The Violent Sequence”, destinata ad accompagnare una scena di scontri e repressione. Antonioni non ne era rimasto convinto: considerava quella musica bella, ma troppo triste e quasi ecclesiastica. Il pezzo era stato accantonato, ma Wright non lo aveva dimenticato.
A distanza di qualche anno quella progressione lenta e malinconica trova finalmente il contesto che le era mancato. Roger Waters vi costruisce sopra un testo e “The Violent Sequence” diventa “Us And Them”, perfettamente inserita nell’architettura concettuale di “The Dark Side Of The Moon”. La musica di Wright, sospesa tra jazz, gospel e impressionismo, offre lo spazio ideale per uno dei testi più essenziali e insieme più politici mai scritti da Waters.
Inno di pace
Il titolo contiene già il nucleo della canzone: noi e loro. La guerra viene dunque analizzata attraverso il meccanismo elementare con cui gli uomini vengono separati in fazioni contrapposte. Il soldato che sta dall’altra parte potrebbe essere identico a quello che gli spara contro; a distinguerli sono una linea, un ordine, un’uniforme, una decisione presa altrove. Waters allarga progressivamente la prospettiva dalla trincea alla società, mostrando come la stessa logica binaria si riproduca tra chi comanda e chi obbedisce, chi possiede e chi rimane escluso.
“Us And Them” non è quindi soltanto una canzone contro la guerra. È una riflessione sul principio che rende possibile la guerra: la costruzione dell’altro come avversario. Le contrapposizioni disseminate nel testo – noi/loro, qui/là, alto/basso – diventano la grammatica di un mondo nel quale individui sostanzialmente simili finiscono su fronti opposti. Ma la responsabilità delle decisioni, intanto, rimane distante: sono i generali e le autorità a stabilire le strategie, mentre agli uomini comuni resta il compito di subirne le conseguenze.
Una ballata liquida
Anche musicalmente il brano mette in scena questa tensione. Le strofe si avvicendano pacatamente, sostenute dal pianoforte e dall’organo di Wright e dalla voce quieta di David Gilmour; poi la dinamica esplode improvvisamente nel ritornello, con l’ingresso più massiccio della band e dei cori. Con la coda di sax tenore di Dick Parry a rendere il tutto ancora più struggente. Attraverso il contrasto fra la quiete iniziale e l’esplosione orchestrale, la struttura del brano sembra voler allestire una rappresentazione fisica del conflitto evocato dalle parole. Se nel primo verso il protagonista si rivolge direttamente al nemico, nel secondo la prospettiva si allarga alle conseguenze del conflitto e alla casualità che può trasformare due individui in avversari, schierandoli su fronti opposti. Il passaggio conclusivo mette infine a nudo l’assurdità della guerra: dietro lo scontro emergono ragioni inconsistenti, incapaci di giustificare una contrapposizione che conduce gli uomini a combattersi e uccidersi.
Dentro la registrazione compaiono inoltre le voci raccolte da Waters durante le sessioni di “The Dark Side Of The Moon”. Musicisti, tecnici e persone presenti ad Abbey Road venivano sottoposti a domande preparate dal bassista, e alcune delle loro risposte finirono disseminate nell’album. In “Us And Them” compare anche Roger Manifold, roadie della band The Hat, con il suo racconto di una rissa e l’espressione “quick, short, sharp shock”. Sono frammenti di vita ordinaria che contribuiscono a cancellare il confine tra il grande tema della violenza collettiva e quella, molto più quotidiana, che attraversa i rapporti umani.
Il tour di Waters
A distanza di decenni Waters sarebbe tornato esplicitamente sul significato della canzone. Nel 2017 scelse proprio “Us + Them” come titolo del suo tour, osservando come i problemi che lo avevano portato a scrivere quelle parole nel 1972 fossero ancora presenti: “Il nome del tour è tratto da una canzone che ho scritto nel 1972 – spiegherà – E purtroppo i motivi e i problemi che mi spinsero a scriverla all’epoca sono ancora con noi. Il che non è sorprendente. Siamo solo un nanosecondo nelle linee temporali cosmiche. Sono passati degli anni e l’evoluzione è un processo affascinante, ma richiede un po’ più di tempo“.
Del resto, “Us And Them” contiene già in embrione una parte decisiva dell’universo politico e autobiografico di Waters. Non sorprende, quindi, che il tema sia diventato centrale nella sua produzione successiva: dagli spettri di “The Wall” fino alla memoria del padre morto durante la Seconda guerra mondiale che domina “The Final Cut”.
I rimpianti di Gilmour
C’è però un altro aspetto di carattere tecnico che David Gilmour avrebbe ricordato con rimpianto molti anni dopo. “Us And Them” era stata concepita come parte inseparabile del flusso di “The Dark Side Of The Moon”, dove i brani non sono semplicemente disposti uno dopo l’altro ma si incastrano attraverso dissolvenze e raccordi. Quando nel 2001 venne preparata la raccolta “Echoes: The Best Of Pink Floyd”, il problema diventò evidente. “Alcune cose semplicemente non hanno un finale”, spiegò Gilmour a Rolling Stone parlando proprio di “Us And Them”: il gruppo tornò ad ascoltare i frammenti dei missaggi originali alla ricerca di una conclusione autonoma, scoprendo che, di fatto, non esisteva.
Ma più che un difetto, era la conseguenza della natura stessa di “The Dark Side Of The Moon”. “Us And Them”, infatti, non era stata concepita dai Pink Floyd come un oggetto isolato, ma era pienamente inserita nel flusso sonoro del disco, fino a sciogliersi nella strumentale “Any Colour You Like”. Un unico, ininterrotto viaggio sonoro, impossibile da spezzare.
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17/09/2026