Pink Floyd

Pink Floyd: il disco più odiato da Waters e Gilmour

Si sa che a volte i musicisti non sono i migliori critici musicali possibili. A volte, sono perfino i peggiori critici di sé stessi. Una realtà che ha trovato una delle sue dimostrazioni più eclatanti nella vicenda di “Atom Heart Mother“, oggi universalmente riconosciuto come uno dei capolavori dei Pink Floyd, ma a lungo fortemente osteggiato da (almeno) metà della band.
Quando l’album della Mucca venne pubblicato, il 2 ottobre 1970, Roger Waters e compagni si trovavano in una terra di mezzo artistica tanto affascinante quanto incerta. Syd Barrett era uscito dal gruppo da tempo, ma la band non aveva ancora trovato quella sintesi creativa che avrebbe portato prima a “Meddle” e poi ai vertici assoluti di “The Dark Side Of The Moon“, “Wish You Were Here” e “The Wall“. Il risultato fu uno degli album più discussi della loro carriera: amatissimo da generazioni di ascoltatori, ma detestato dai suoi stessi autori.

Atom Heart Mother

Eppure, all’epoca, “Atom Heart Mother” rappresentò una svolta molto importante nel percorso floydiano. Fu il primo album dei Pink Floyd a raggiungere il numero uno delle classifiche britanniche e segnò il momento in cui il gruppo iniziò davvero a liberarsi dell’eredità psichedelica degli anni Sessanta per esplorare forme musicali più ambiziose. La lunga – e splendida – suite orchestrale che occupa l’intero primo lato del disco, affiancata da brani suggestivi come “If”, “Summer ’68”, “Fat Old Sun” e dalla surreale “Alan’s Psychedelic Breakfast”, fotografava una band alla ricerca di una nuova identità ma decisamente ispirata.
La gestazione dell’album, però, fu tutt’altro che semplice. I Pink Floyd, all’epoca, stavano vivendo un’attività live particolarmente intensa. Il 23 gennaio del 1970, per la prima volta, venne presentata in concerto a Parigi una forma embrionale del brano che si sarebbe trasformato nel corso dei mesi nella suite “Atom Heart Mother” che dà il titolo al disco. Presentata inizialmente con il nome di “The Amazing Pudding”, la canzone trova il titolo definitivo casualmente, in occasione della sua presentazione alla famosa trasmissione di John Peel. Lo spunto lo fornirono i giornali di quei giorni che riferivano di una signora incinta tenuta in vita da uno stimolatore cardiaco atomico.
Inizialmente il brano non prevedeva una sezione con orchestra e cori. L’idea di dare una forma sinfonica alla suite fu anch’essa abbastanza casuale e venne al gruppo prima della partenza per la tournée negli Stati Uniti, intrapresa ad aprile. A lavorare sulle orchestrazioni venne chiamato il compositore irlandese Ron Geesin, al quale il gruppo consegnò un demo con base ritmica e linee base di tastiere e chitarra. Ma fino al ritorno della band a Londra, a fine maggio, il lavoro di Geesin rimase pressoché fermo, poiché il compositore non aveva ricevuto alcuna precisa indicazione sulla direzione sonora da dare al brano. I lavori di registrazione del disco, iniziati in tarda primavera presso gli studi di Abbey Road, furono molto sofferti, sia per le pressioni della Emi (che aveva previsto l’uscita del disco prima dell’estate) sia per la difficoltà oggettiva della band a lavorare con un’orchestra e un coro per un totale di un centinaio di elementi. Solo Wright, all’interno del gruppo, era in grado di leggere uno spartito, ma la sua indole pigra non lo aiutava a sbrogliare l’empasse. Ron Geesin rivelò negli anni seguenti di aver lavorato in quasi totale autonomia a tutte le orchestrazioni e di aver avuto lui stesso, di impostazione jazzistica, serie difficoltà a guidare gli orchestrali, tutti professionisti di spicco, scelti tra i migliori d’Inghilterra. Pare che, per sfinimento, lo stesso direttore del coro classico, John Aldiss, prese in mano la situazione per portare a termine la registrazione. Anni dopo, lo stesso Geesin ricordò quel periodo come uno dei momenti più difficili vissuti dai Pink Floyd: erano esausti, incerti sulla direzione da prendere e privi di idee realmente condivise.

Quella sensazione di smarrimento sarebbe rimasta impressa nella memoria dei protagonisti. Roger Waters fu il più severo di tutti. Negli anni Ottanta arrivò a definire il disco “un ottimo esempio di album che andrebbe buttato nel cestino della spazzatura e mai più ascoltato”, mentre in altre occasioni lo liquidò come “un disco davvero terribile e imbarazzante”. Celebre anche la sua battuta durante un’intervista alla Bbc del 1984: “Se qualcuno qui, adesso, mi dicesse ‘Eccoti un milione di sterline, adesso vai e suona Atom Heart Mother’, io gli risponderei ‘Stai scherzando vero?'”.
Anche David Gilmour non ha mai nascosto la propria insofferenza verso l’album. Secondo il chitarrista, il problema stava soprattutto nell’incapacità del gruppo di tradurre in studio le intuizioni che funzionavano dal vivo. “Ascoltandolo è evidente come fossimo una ottima band dal vivo, in grado di fare affascinanti jam session, ma non eravamo capaci di trasferirle su disco. Ci mancava l’esperienza e le conoscenze tecniche per farlo”. Ancora più duro fu il suo giudizio rilasciato a Mojo nel 2001: “Atom Heart Mother era una buona idea, ma era terribile. Ho riascoltato quel disco recentemente: Dio, che schifezza. Probabilmente è stato il nostro punto più basso dal punto di vista artistico. Sembra che non avessimo alcuna idea, ma dopo siamo diventati molto più prolifici”. Eppure lo stesso Gilmour ha sempre riconosciuto che il disco occupa un posto preciso nell’evoluzione della band. A suo giudizio esiste una linea che parte da “A Saucerful Of Secrets”, passa attraverso “Atom Heart Mother”, trova la sua piena realizzazione in “Echoes” e conduce direttamente a “The Dark Side Of The Moon”. Un percorso di crescita che i Pink Floyd compresero solo col tempo.

Anche la celebre copertina con la mucca Lulubelle III rifletteva questa voglia di rompere con il passato. Nessun riferimento psichedelico, nessun nome del gruppo, nessun titolo in copertina. Solo una mucca al pascolo fotografata da Storm Thorgerson per Hipgnosis. Una provocazione minimalista destinata a diventare una delle immagini più iconiche della storia del rock.
Paradossalmente, proprio ciò che Waters e Gilmour consideravano un fallimento si rivelò una tappa fondamentale della loro maturazione artistica. Senza l’ambizione temeraria, le incertezze, gli esperimenti e perfino gli errori di “Atom Heart Mother”, probabilmente non sarebbero mai esistiti “Meddle”, “The Dark Side Of The Moon” o “Wish You Were Here”. I suoi autori hanno trascorso decenni a prenderne le distanze, ma il tempo è stato più generoso di loro, perché dietro un’opera all’apparenza imperfetta e irregolare, si nasconde uno dei dischi più coraggiosi e visionari della loro carriera, nonché amatissimo dai fan. Per fortuna, insomma, nessuno diede ascolto ai suoi detrattori più illustri, perché “Atom Heart Mother” resta, oggi più che mai, uno dei capolavori definitivi dei Pink Floyd.

(Contributi di Sigfrido Menghini)

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