Dopo il successo e il mastodontico tour di "The Dark Side Of The Moon", qualsiasi gruppo avrebbe faticato a ritrovare un equilibrio. Mesi di concerti avevano affinato un’opera già destinata a diventare un punto di riferimento assoluto nella storia del rock, ma al tempo stesso i Pink Floyd si trovarorono a viso aperto, quasi indifesi, di fronte al successo, con le sue insidie e le sue tensioni.
La band inglese, così, decise di chiudersi progressivamente in se stessa. Con ancora viva la ferita lasciata dal traumatico addio di Syd Barrett, Roger Waters concepì "Wish You Were Here" come una meditazione amara sul prezzo della fama nell’industria musicale. In questo quadro, "Shine On You Crazy Diamond" assunse il valore di un tributo esplicito al contributo di Barrett e alla sua dolorosa esclusione dal gruppo.
Ma accanto ai momenti più elegiaci, il disco contiene il primo, esplicito affondo di Waters contro l’industria discografica, "Welcome To The Machine". Un brano complesso che richiedeva un'interpretazione non meno ostica. Nei panni vocali di un dirigente cinico e autoritario, David Gilmour era chiamato a interpretare una feroce parodia delle promesse e delle illusioni riservate alle rockstar: sogni prefabbricati, aspettative disumane, una catena di montaggio che trasforma l’esperienza artistica in routine alienante. E proprio in questo brano, nonostante un’interpretazione inquietante e memorabile, Gilmour incontrò un problema tecnico inatteso. L’ultima frase della sua parte vocale prevedeva una nota troppo alta per la sua estensione naturale. Per la prima e unica volta nella discografia dei Pink Floyd, la band ricorse a una manipolazione della velocità del nastro per risolvere l’impasse. Come ricordò lo stesso Gilmour nel songbook di "Wish You Were Here": "L’unica volta in cui abbiamo usato la velocità del nastro per aiutare una voce è stata su una riga di ‘Welcome To The Machine’. Era una nota che non riuscivo proprio a raggiungere, così abbiamo abbassato il nastro di mezzo semitono e inserito lì la linea vocale".
Pur essendo universalmente riconosciuto come il musicista più dotato del gruppo sul piano strumentale, Gilmour ha sempre considerato il canto parte integrante del proprio lavoro. "Amo cantare. Ho passato tanto tempo a migliorare la mia voce quanto a esercitarmi con la chitarra", dichiarò. Come ricorda Far Out Magazine, in ogni take David cercava di evocare i suoi modelli, da Leonard Cohen in poi, imprimendo alla canzone una personalità precisa. In questo caso, però, la difficoltà tecnica si sommava alla complessità di un assolo eseguito in contemporanea, con il timore costante di risultare inadeguato. La soluzione, adottata con l’abituale inventiva floydiana, finì per rafforzare il senso del brano. L’effetto leggermente innaturale della voce contribuisce a renderla ancora più minacciosa e disumanizzata. Considerato il tema, quell’intonazione artificiale fa sembrare Gilmour una componente in più della macchina che descrive: un ingranaggio freddo al servizio di un sistema che produce intrattenimento senz’anima.
Tra i pezzi forti di “Wish You Were Here”, "Welcome To The Machine" è una vera e propria invettiva contro la macchina discografica, che inizia con l'apertura di una porta automatica, descritta da Waters come "simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo della musica, che è più interessato al successo e che si dimostra avido". È un moog sinistro a preannunciarci la profezia distopica per antonomasia: divenire meri ingranaggi di una macchina alienante e spietata che progressivamente ci renderà inetti e svuoterà ogni traccia dei nostri sogni. È ciò che accade anche al giovane cantante protagonista del brano: attraverso il dialogo con un bieco e rude discografico, si consuma il suo destino di marionetta del music business, a scapito della qualità e della passione. Il brano svanisce in un rapido fade out, con i rumori di una festa a simboleggiare "la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone", sempre secondo le parole dell’autore. Il susseguirsi lento e inesorabile dei sintetizzatori (incluse le vibrazioni del VCS3 in apertura) e la voce quasi "urlata" di Gilmour conferiscono un'atmosfera cupa e futuristica al brano, in cui manca del tutto la batteria. Un caos organizzato che suggella uno dei momenti più sperimentali dell’album prediletto di Gilmour e Wright.
Roger Waters non si sarebbe fermato lì. La sua critica al potere economico e alle strutture oppressive del music biz si sarebbe fatta ancora più aspra in dischi come "Animals" e "The Wall". E la sintonia con David Gilmour si sarebbe progressivamente logorata. Ma questa è decisamente un'altra storia.