Una cassetta diffusa in sordina su Bandcamp a partire dall’otto gennaio del 2025, una prima timida versione in Cd-r realizzata dall’etichetta People’s Coalition Of Tandy, un crescente interesse da parte del pubblico e infine una versione in Lp e Cd datata aprile 2026 e distribuita dall’etichetta inglese AD 93: “In Filth Your Mystery Is Kingdom / Far Smile Peasant In Yellow Music” ha svelato al mondo il volutamente acerbo talento di Dagmar Zuniga, un’attenzione conquistata con una serie di brevi canzoni sghembe che definire lo-fi è irriverente, melodie osservate al microscopio, fragili e caduche.
Dagmar Zuniga rigenera il termine underground attraverso la celebrazione dell’imperfezione: è il logos che diventa mito, un bisbiglio che diviene canto, una destrutturazione della materia folk più primitiva attraverso rituali creativi più affini alla sperimentazione e alla musica concreta. Quattordici fremiti che della composizione hanno conservato uno scheletro non esangue, un delicato insieme di suoni e rumori che funge da contraltare alla sterilità della tecnologia e che inducono l’ascoltatore a un nuovo approccio alla materia folk, anzi roots.
Da quando, nel giugno del 2026, Dagmar Zuniga ha aperto tre date dell’ultimo tour dei Mount Eerie, si è scatenata una corsa alla ricerca del profilo storico dell’autrice, intercettando un progetto in trio sotto il nome di Dagmar Vork, ma nulla che faccia presagire l’etica e la metodologia magicamente grezza di “In Filth Your Mystery Is Kingdom / Far Smile Peasant In Yellow Music”.
Facile pensare a un album come “Roman Candle” di Elliott Smith, ma è più idoneo il confronto con l’inquieta bellezza di “Desertshore” di Nico (“Plenty (For All Of Life’s Messes)”), o con certe sperimentazioni di Bruce Gilbert (rintracciabili nella ipnotica “In Filth Your Mystery Is Kingdom” e nella oscura “LN60: Jupiter Opposite Jupiter”) e Scanner (l’ultima traccia, “To Live Happily”, sembra uscire da uno dei suoi album).
Protagonista dell’esordio dell’autrice nicaraguense-americana è comunque il registratore Tascam, strumento perfetto per catturare quella brutale bellezza che Tim Buckley e Karen Dalton tradussero in poesia (“Garden”) e che le Roches (“Plenty For All The Masses”) e i Velvet Underground mistificarono come musica moderna (“Photography The Hard Way”, “Even God Gets Stuck In Devotion”).
In soli trenta minuti di silenzi, di ninne nanne folk dai toni confessionali e rumori analogici, Dagmar Zuniga canta di solitudine senza mai nominarla, di frammenti di follia restando sobria, conservando una notevole coerenza narrativa, mentre la voce fluttua e sussurra come se fosse in cerca di un approdo sicuro. È l’intensità di queste composizioni l’arma vincente di un disco che delle similitudini non fa mistero ma nemmeno tesoro, (Dagmar Zuniga ha indicato i Fall e Syd Barrett tra le influenze), anzi le deteriora e le dissolve, fino a renderle materia nuova per future distorsioni creative.
27/08/2026