MIKE D - Thank You

2026 (Capitol records)
Alternative Rap, art-noise

Ci sono voluti 15 anni a Michael “Mike D” Diamond per riprendersi dalla fine di una delle più grandi parabole della storia della musica, rap e non: l’uscita dell’ultimo album dei Beastie Boys, “Hot Sauce Committee Part Two”, seguita quasi un anno dopo dalla tragica scomparsa di Adam “MCA” Yauch, leader spirituale del trio, portato via dal cancro a soli 47 anni. Senza di lui, Mike D e il restante altro storico membro della formazione, Adam “Ad-Rock” Horowitz, non se la sono più sentita di continuare, e d’altra parte avrebbe probabilmente avuto poco senso.

Quindici anni dopo, nel 2026, Mike D ha ritrovato la voglia di suonare dopo un lungo periodo di assenza durante il quale si è dedicato solo ad alcuni sporadici lavori come produttore – tra cui il secondo album dei Soft Play (ex-Slaves), “Take Control”. Accompagnato dai figli Skyler e Davis Diamond – che formano il duo musicale Very Nice Person – Mike D si è esibito dal vivo in diverse apparizioni, e presto il ritorno alla musica si è tradotto nella voglia di farne di nuova.

La formazione si è allargata fino a includere una vera e propria backing band, che prende il nome di 5D e include i fratelli Eddie e Milo Ruscha e Will Graefe, musicisti della scena underground di Los Angeles. Qualche mese dopo, è arrivato l’album – il primo strettamente da solista di un membro dei Beastie Boys in assoluto, e il primo materiale pubblicato da entrambi i componenti superstiti dopo lo scioglimento. Un esordio in solitaria, per inciso, che per Mike D arriva alla considerevole età di 60 anni, e dopo 40 anni abbondanti di carriera.

Il disco si chiama “Thank You”, e non è difficile immaginare a chi questo ringraziamento sia rivolto. Ma chi pensa che, a partire dal titolo, Diamond si limiti a rivangare vecchie memorie e trascorsi musicali, si sbaglia di grosso. Il disco, articolato in tredici tracce, non si fa certo mancare excursus rap ma sarebbe errato definirlo un lavoro “hip-hop”, almeno nella caratterizzazione classica del termine. Allo stesso tempo, per chi ben li conosce, le tracce e l’eredità dei Beastie Boys in queste canzoni non mancano.

Si tratta però non dei Beastie Boys “mainstream”, quelli di “Intergalactic” o “Body Movin’”, e nemmeno di quelli della prima ingenuità pseudo-punk di “Fight For Your Right (To Party)”, o degli ultimi, quelli più impegnati degli anni 2000, con canzoni poetiche come “An Open Letter To NYC”, dedica alla loro città post-9/11. Se certamente Mike D reca con sé le esperienze preziose e le memorie di questi successi, ciò che emerge in questo album è il carattere degli “altri” Beastie Boys: quelli strumentali, alternativi, sperimentali e rumorosi.

I tre infatti hanno sempre inserito all’interno dei loro album, in particolare negli anni Novanta, esplorazioni musicali lontane e distanti dall’hip-hop, perdendosi spesso in puri divertissement dalle più disparate influenze, in puro stile bohémien newyorchese, che li hanno trovati a suonare dilettandosi con jazz, punk, noise in frammenti sonori inaspettati e spesso, nella loro discografia, dimenticati. In alcuni casi queste deviazioni sono emerse fino alle loro hit – eclatante certamente l’esempio di “Sabotage” – ma nella maggior parte dei casi in molti si sono dimenticati di questa doppia faccia del trio.

Non così certamente Mike D, che in veste di strumentista contribuiva alla batteria, e che in questo nuovo lavoro provvede a ridare vita proprio a quella seconda personalità dei Beasties. In barba, si potrebbe dire, a tutte le aspettative di chi sperava in un album nostalgico e adeguato o aggiornato alle mode contemporanee, magari con autotune e 808. Tutto il contrario: Mike D dimostra che non gli importa assolutamente nulla della scena di oggi, che non gli interessa fare canzoni per i video di TikTok e che l’espressione della propria visione artistica rimane per lui, oggi come allora, la cosa più importante.  Tutta la tracklist quindi vaga tra varie tendenze alternative, con le performance vocali di Diamond spesso solo una parte di un panorama sonoro ruvido e opaco, d’ascolto volutamente ostico e studiato per mettere alla prova l’ascoltatore.

Questo non significa però che tra i brani non ci sia spazio per vagare tra generi e stili diversi: per esempio il pezzo d’apertura, la subito coinvolgente “Switch Up”, s’impreziosisce di una base ritmica jungle inaspettata; la breve saga electro rap “Secrets Pt. I” e “Secrets Pt. II” si alterna a un brano fortemente atipico quale “That’s Right”, canzone quasi atonale dal suono fortemente distorto. D’altra parte “I Don’t Care” è particolarmente accessibile, una traccia con base alt-folk acustica a tratti psichedelici particolarmente eclettica; e, pur esplorando il suo proprio mondo, Mike D non si fa mancare un piccolo momento di critica politica e sociale (luddista?) nella palesemente scettica “Crypto”, dedicata alle truffe delle criptovalute e più in generale al sorgere del tecno-fascismo.

Ragguardevoli anche “What We Got”, traccia che si fa forte di una caratterizzazione alt rock lo-fi che riporta indietro a una perla dimenticata dei Beastie Boys come “So What’cha Want”, in pieno spirito anni ’90. Completamente destabilizzante è anche l’elettronica alienante ed esistenziale di “Here We Are”, che fa dimenticare che stiamo ascoltando quello che sarebbe tecnicamente un artista rap: “Here we are / Lost in the dark”, canta Mike D a commento dei tempi oscuri in cui viviamo, e nei quali è sempre più difficile scorgere un punto di riferimento sicuro e una luce a cui puntare. Infine, la conclusione è affidata alla title track, che non può che rivangare nel lontano passato: “We were just kids, figuring it out”, dice Diamond, in ricordo di quei giorni lontani nei quali il progetto dei Beastie Boys era poco più che fare musica tra amici. Qualcosa che, nel corso della loro onorevole carriera, in fondo non è mai cambiata fino alla fine.

Ciò detto, se da una parte Mike D non dimentica e non rimpiange, dall’altra in questo suo tardivo esordio da solista non mostra grande interesse né nel riprendere né nel reiterare il lascito “mainstream” dello storico trio newyorchese, scegliendo invece e forse per la prima volta dopo decenni di regalare all’ascoltatore prima e soprattutto sé stesso. Ecco perché questo “Thank You” va ascoltato principalmente non come un lavoro in solitaria di un ex-Beastie Boy, ma come il primo disco di un artista di nome Michael Diamond. Un primo disco che, per inciso e a modo suo, si può considerare tranquillamente riuscito.

07/09/2026

Tracklist

  1. 1. Switch Up
  2. 2. What We Got
  3. 3. True Colors
  4. 4. That’s Right
  5. 5. Secrets Pt. I
  6. 6. Secrets Pt. II
  7. 7. I Don’t Care
  8. 8. Make It Stop
  9. 9. Crypto
  10. 10. Here We Are
  11. 11. Back To Start
  12. 12. It’s Time
  13. 13. Thank You