Ventisei minuti e ventisei secondi: tanto basta a Zoë Randell e Steve Hassett per sedurre l’ascoltatore con un florilegio d’armonie e di primigenie pulsioni rock’n’roll. Il sesto album del duo Luluc, “Sweet Thief” crea l’ennesima, deliziosa distorsione temporale. Questa volta a ispirare i due musicisti originari di Melbourne è stata l’atmosfera delle ferie natalizie trascorse a casa dell’amico J. Mascis — frontman dei Dinosaur Jr e vecchio collaboratore di Zoë e Steve — e la scelta di rientrare in Australia dall’America dopo l’elezione di Donald Trump.
L’interazione tra le sognanti armonie folk del duo e le ineccepibili rifiniture ritmiche di Mascis crea una tensione che prima accarezza la superficie, per poi addentrarsi nelle profondità dell’animo. Ne è un esempio l’indolente country di “Wanna Get Free”: una melodia carezzevole ma per nulla compiacente che scorre come un fiume senza sbocco, intercettando un sax e una sezione ritmica che gettano nel caos gli ultimi secondi della traccia.
Il ritorno in patria è per i due musicisti una rinascita emotiva. L’aver gestito tutto in completa autonomia ha ridato slancio alla vena più intensamente poetica dei Luluc: in “No One Else’s Pen” fanno capolino melodie fluide e limpide alla Paul Simon, non prive di una certa imprevedibilità, ma è nelle ondeggianti trame ritmiche e armoniche di “Rewarding Melody” che il duo cattura la vera essenza dell’arte del songwriting. Qui, fiati e archi incorniciano una melodia che profuma di dream-pop e surf-pop anni ’60: pura magia.
Basterebbero in verità gli ottantadue secondi della prima traccia, “Honeyeater”, per capire di che pasta è fatta la nuova prova discografica dei Luluc. Quando poi arrivano le raffinate sonorità country alla Cowboy Junkies che sposano il pop-jazz noir dei Blue Nile in “Dopamine Slot Machine”, diventa sempre più evidente che “Sweet Thief” è non solo un ottimo album, ma una definitiva dichiarazione di autenticità e originalità.
Gli echi e i riverberi flebilmente psych-folk di “Which Way Now”, il tono confessionale della voce avvolta dal suono del flauto in “A Better Truth”, la suggestiva ninna nanna di “Lullaby” e l’elegante canto a due voci di “River At Your Feet” sono ulteriori tasselli di un disco immacolato e ispirato. Zoë Randell e Steve Hassett trovano però ulteriore tempo e spazio per un’epocale e struggente ballata dai toni noir, “Homesick In L.A.”: un episodio in cui la magia psych-folk della Incredible String Band intercetta l’acid folk dei Velvet Underground, per un’ultima, nostalgica esortazione di chi nutre ancora speranze nel futuro.
03/09/2026