Se già in “Ramona” Grace Cummings stava inseguendo una libertà artistica senza vincoli per esprimere la propria personalità e le proprie intuizioni liriche, in “Bloodhorse!” la cantautrice non s’è posta alcun limite e, nuovamente insieme al fidato produttore Jonathan Wilson, ha deciso di fare senza remore proprio quello che le pareva. Infischiarsene bellamente della futura ricezione di critica e pubblico è chiaramente una scelta audace per una musicista che, pur avendo una solida e fedele fanbase, non vive esclusivamente grazie alla sua attività artistica, ma lavora anche come disability care worker. Ma il fatto che l’autrice sia determinata nel voler pubblicare solamente la musica che la rappresenta nel modo più autentico possibile non stupisce affatto chi segue fin dall’inizio le metamorfosi che hanno segnato il suo percorso.
Eccola, quindi, tornare al Topanga Canyon, dove l’alchimia creativa con Wilson sembra continuare a dare i suoi frutti: tra rivi lisergici, folk-rock e l’utilizzo cinematografico degli archi, Cummings architetta arrangiamenti sempre più sofisticati per le sue canzoni. Non si tratta solo di maggior stratificazione, ma anche di un sound che si amplia e si irrobustisce. E non sarà dunque un caso che la raccolta si apre con una composizione psych-rock dove l’epica grandeur è infiammata da un caleidoscopio di visioni allucinate legate all’assunzione di morfina.
“Bloodhorse!” è un disco che non teme di avventurarsi in anfratti tetri e misteriosi o finanche in territori grotteschi. “FAKE” gratta senza fine nella sporcizia, nel discomfort, nel trauma fino a sciogliere archi e percussioni in un drone di quasi due minuti, il quale, a sua volta, si dissolve nella marcia piano-rock della title track. E sebbene la dimensione teatrale e l’incredibile performance vocale (“My God” è stata registrata nonostante Cummings avesse la polmonite) siano sempre presenti, sono i momenti weird a esaltare l’aura allucinata e surreale che aleggia sulla raccolta.
La title track è infatti accompagnata in coda da una seconda take, un interludio satirico generato con l’AI, che sbeffeggia il male gaze all’interno del country pop machista. Un genuino WTF moment che, sì, era certamente del tutto innecessario, ma che stride con il contesto in una maniera paradossalmente naturale e che peraltro corrode mediante una palinodia la figura mitizzata del cowboy di cui Cummings si era impadronita per farne il centro simbolico del suo precedente album, “Ramona”. Questa prospettiva divertita emerge anche in “John Lennon”, dove alla triste costatazione dell’inefficacia dell’anelito pacifista di “Happy Xmas (War Is Over)” sussegue una frecciatina – peraltro cantata con aplomb invidiabile – agli eterni e instancabili rivali dei Beatles: “John, the war still isn’t over/ Even though we want it gone/ But we’ve still got The Rolling Stones/ They’re just in need of a rolling rhythm”.
Indipendentemente da questa vena umoristica in stato di grazia, la cantautrice australiana si diverte nel fare musica e lo si sente eccome. Infatti, tra ballate, rimandi al rock psichedelico degli anni Sessanta e forse la miglior canzone del suo repertorio (“My God”), in “Bloodhorse!” ci ha ficcato pure una nuova, perfetta canzone da Bond movie (“My Island and Me”). Poco importa se la protagonista al posto del Vodka Martini si beve il Jack Daniel’s: Grace Cummings con voce e musica sembra essere davvero infallibile.
30/08/2026