Liam Hayes non è mai sceso a compromessi. Una scelta radicale, pagata a caro prezzo con il mancato successo commerciali dei tanti album pubblicati a suo nome e sotto il moniker Plush.
Nel 2002, reduce dall’affascinante debutto pianistico di “More You Becomes You”, il musicista di Chicago venne licenziato dalla Drag City per aver preteso un budget a sei zeri per il secondo disco, “Fed“.
Trovato un rifugio temporaneo solo sul mercato giapponese, il prezioso album pop-rock-soul di Hayes è stato infine salvato dall’oblio nel 2008 grazie a un tardivo ma prezioso recupero della Broken Horse. Per un attimo la fortuna è sembrata girare, ma la tiepida accoglienza riservata a “Bright Penny” lo ha spinto a cedere alle lusinghe del lo-fi con il successivo, e non del tutto fortunato, “Slurrup”.
Abbandonate le sontuose architetture barocco-orchestrali del passato, Hayes è rimasto un beniamino della critica, ma è stato irrevocabilmente confinato ai margini della scena. Non sorprende, allora, che per il capitolo discografico successivo del 2020 abbia pescato dal cassetto “Mirage Garage“, un progetto minimale stampato solo su cassetta due anni prima.
Oggi, con “Dancing Backwards”, l’artista torna finalmente ai fasti del passato. Al suo fianco ricompare il vecchio alleato Thomas Washington, in arte Tom Tom 84—già timoniere di archi e fiati su “Fed” e storico collaboratore di Chi-Lites, Earth, Wind & Fire e Phil Collins. Il vero maestro di cerimonie dell’album è però Vincent Carlo, celebrato autore di colonne sonore, qui in veste di musicista e produttore insieme al figlio di Washington.
Delegare la resa sonora finale a mani esterne ha liberato Hayes dal peso della cabina di regia, permettendogli di concentrarsi sul suo vero talento: la scrittura.Il risultato è l’album più variegato, intrigante e ispirato degli ultimi tempi.
Alla consueta eleganza e magia intelligentemente rétro, il musicista abbina un’insolita vena autoironica, resa subito esplicita nella traccia d’apertura “We Need You”: un brano saturo di echi alla Todd Rundgren in cui la richiesta di attenzione rivolta a un pubblico rumoroso resta senza risposta, dissolvendosi nell’indifferenza.
Ed è proprio l’indifferenza il destino a cui sembra condannato un disco del genere. A chi può interessare, oggi, il raffinato groove pop-jazz alla Donald Fagen di “C-Thru”? O il contagioso romanticismo disco-soul della title track, dove l’autore mette in fila passioni giovanili che la maturità rischia di bollare come anacronistiche?
La verità è che ogni traccia è deliziosamente fuori tempo. Il duetto con Alma Cook in “What Is a Man” è spudoratamente in bilico tra gli anni ’70 e ’80, mentre il soul sensuale di “Good Year”, guidato da organo e fiati, ha il sapore di quei brani radio-friendly che i puristi del rock amano ascoltare in segreto e disprezzare in pubblico: difficile poter resistere all’avvincente brio chitarristico brio funky e all’incastro tra Fender Rhodes e fiati dei pregevoli arrangiamenti.
Se ballate come la cinematografica “All in the Shadows” e la lussureggiante “Bright Penny” (da non confondere con l’omonimo album) dialogano a distanza con il retro-soul contemporaneo di Durand Jones o dei Delines, è la penna di Hayes a fare la differenza, trasformando ogni canzone in un evento.
Nella seconda parte del disco, i ricordi lasciano spazio a una vulnerabilità nuda e dolorosa. In “Alone All Day” l’autore confessa la fatica di rimettere insieme i pezzi del quotidiano, mentre una voce sofferta fluttua su un groove funk ipnotico dettato dal basso.
La discesa nei bassifondi dell’anima prosegue con “Furnace Bird”, che evoca le atmosfere fumose di un vecchio jazz club, e con il lugubre sogno ad occhi aperti dello splendido soul-blues di “Final Night”. Il tutto trova infine ristoro nell’eterea pagina finale di “White Bike”: qui la magniloquenza orchestrale alla Burt Bacharach torna a prendersi la scena, calando il sipario su un’opera che forse difficilmente scalerà le classifiche di fine anno, ma il cui fascino atipico promette di regalare enormi sorprese a chi saprà cercarla.
28/08/2026