Judas Priest

Auditorium Parco della Musica, Roma (09/09/2026)


Insinuandosi tra le app di previsioni meteorologiche, l’atteso quanto temuto temporale romano può aspettare ancora un po’, dopo mesi di canicola estrema in questa estate sconvolta dal cambiamento climatico. La serata di mercoledì 9 settembre è salva, mentre migliaia di magliette nere con il leggendario logo dei Judas Priest camminano serene verso il controllo biglietti della sempre affascinante Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Egregiamente organizzato dalla milanese MC2 LIVE, il ritorno nella Capitale della band di Rob Halford arriva a quasi quindici anni di distanza dall’ultimo appuntamento dal vivo, trasformando la solitamente composta cavea in una bolgia di metallo scintillante.

Alle 20 circa è il turno dei Nevermore – o Nevermore 2.0, come ha sottolineato dopo la reunion del 2024 il chitarrista storico Jeff Loomis – effettivamente una diversa incarnazione dello storico gruppo americano dopo la compianta morte di Warrel Dane. C’è per questo grande curiosità tra i fan per vedere all’opera il mastodontico cantante turco Berzan Önen, assoldato da Loomis dopo centinaia di provini. Lunga barba imbiancata e braccia che potrebbero battersela con un orso polare, Önen ha il grande merito di non voler imitare Dane, anzi lo omaggerà con tanto di bandiera nera più volte durante un set mostruosamente solido.
Aperto dalla furia thrash di “Narcosynthesis”, il concerto dei Nevermore è un concentrato di adrenalina e divertimento, che scatena fin dalle prime battute più poghi selvaggi tra la platea con soli posti in piedi. Dall’oscura melodia di “My Acid Words” – sugli scudi la batteria dell’altro membro storico Van Williams – all’eco grunge della power-ballad “The River Dragon Has Come”, la band trascina il pubblico e mostra il suo ottimo stato di forma, anche grazie al nuovo chitarrista Jack Cattoi. Il set scorre via piacevole fino alla pirotecnica conclusione con la devastante “Enemies Of Reality”, cantata nel ritornello da tutta la Cavea.

Alle 20,45 circa c’è circa una mezz’ora di tempo per fare il refill di birra, mentre il cambio palco apre all’ovvio pezzo forte della serata. Un boato accoglie l’entrata trionfale di Rob Halford, il dio del metal con il suo barbone imbiancato, le borchie e gli occhiali da sole da biker navigato. Il pubblico romano canta a squarciagola il testo della sabbathiana “War Pigs”, scelta per aprire il tour della band di Birmingham, prima di attaccare a tutta manetta l’anthemico hard’n’roll “You’ve Got Another Thing Coming”.
I “Metal Gods” inglesi propongono un set solido e senza troppi fronzoli, lasciando solo parte dello spettacolo ai filmati video dietro le pelli dell’ottimo Scott Travis.

Il riff granitico di “Breaking The Law” scatena l’entusiasmo più sfrenato del pubblico, mentre Halford gira sul palco tra una chitarra e l’altra, quasi a guidare una delle orchestre storiche dell’heavy-metal mondiale. In “The Ripper” l’epica desolazione è cavalcata dal gran lavoro dei due chitarristi Richie Faulkner e Andy Sneap. Ovviamente Halford non è più in grado di lanciarsi nei suoi memorabili acuti, ma il concerto sembra subito gradevole e tremendamente divertente.
La road-song “Desert Plains” fila via con estrema naturalezza, mentre l’asfalto brucia sulla galoppante sezione ritmica, con un Ian Hill posizionato quasi in disparte a macinare accordi al basso. Dalla furia di “Lightning Strike” alla sintetica “Turbo Lover”, lo show dei Judas Priest prende il largo, in un mix di brani storici e composizioni più recenti come la martellante e ossessiva “Panic Attack”. Sul ritornello di “No Surrender” si scatena tutta l’energia del pubblico capitolino, prima dell’entrata in scena del “Painkiller”, ancora capace di far venire i brividi con il suo mix ormai iconico di aggressività brutale e fraseggi ai limiti del sinfonico. Halford appoggia l’orecchio sulla chitarra funambolica di Faulkner, mentre Travis suda copiosamente pestando le sue pelli come un ossesso.

Il set arriva al climax, prima di riprendere dopo pochi minuti con il bis di tre brani. E’ il momento atteso della motocicletta sul palco, sulla tambureggiante “Hell Bent For Leather” e su una trionfale “Living After Midnight” che fa ballare e cantare tutti. Il finale corale è effettivamente perfetto per chiudere uno show che sicuramente mostra il segno dell’età per una band ormai da annali. Ma di questo i Judas Priest se ne fregano altamente, regalando a Roma una serata terribilmente eccitante. 

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Scaletta

  1. 1. You've Got Another Thing Comin'
  2. 2. Metal Gods
  3. 3. Breaking The Law
  4. 4. The Ripper
  5. 5. The Sentinel
  6. 6. Desert Plains
  7. 7. Lightning Strike
  8. 8. Turbo Lover
  9. 9. Steeler
  10. 10. Delivering The Goods
  11. 11. Panic Attack
  12. 12. Victim Of Changes
  13. 13. No Surrender
  14. 14. Painkiller
  15. 15. Electric Eye
  16. 16. Hell Bent for Leather
  17. 17. Living After Midnight

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