“La musica, per me, è raramente completa, ma deve arrivare un punto in cui bisogna dire basta.”
Justin Broadrick ce lo dice senza un pizzico di dramma, come se stesse parlando di un lavoro finito, non di una vita. Eppure, “Decay” è esattamente questo: un punto. Il decimo album dei Godflesh, nato dalle stesse sessioni di “Purge” (2023), arriva dopo un intervento chirurgico che ha reso fisicamente impossibile per Broadrick continuare a urlare, a esibirsi, a essere Godflesh. Il titolo non è una metafora: è una diagnosi.
Sei tracce, quarantadue minuti, e la sensazione costante di essere schiacciati da qualcosa che non ha fretta. “Decay” è il disco più drone della loro carriera, il più statico, il più claustrofobico. La drum-machine ti martella e ti rende paranoide, il basso di Ben Green non cammina, affonda nelle sabbie mobili. E la voce (quando c’è) è così immersa nel mix da diventare un altro strumento, un lamento tra i detriti.
I due brani che contano davvero sono i bookend, come li chiama lo stesso Broadrick: “Master And Slave” e “Consume Me”, che insieme coprono metà della durata. Il primo è un monolite di nove minuti che ripete lo stesso tema con variazioni minime (un fischio di vapore che apre, un riff che scava e synth spettrali che ricordano i Jesu senza lo shoegaze). Il secondo sono dodici minuti di drone-sludge: il brano parte lento ma poi si inerpica verso un finale di feedback e canto gregoriano distorto, per un congedo che ha tutto il sapore di un rito funebre.
In mezzo, quattro brani più canonici ma non per questo rassicuranti. “Living/Ending” è puro stile Godflesh: ossessivo, violento e instabile. “Feral Colony” è techno rallentata e resa pesante, un cyber-goth club cinematografico con degli intermezzi da pelle d’oca. “Fear Of Man” alterna momenti eterei a esplosioni di chitarra che sembrano voler squarciare il tessuto stesso del disco. “Fodder” è invece il più passaggio angolare, un elastico di ritmiche spezzate e distorsioni che coprono ogni cosa.
I Godflesh hanno sempre lavorato sull’ossessione ritmica, e qui, un po’ per il concetto dell’album, un po’ per quella pesantezza dei tempi moderni che aleggia costantemente, alcune idee si trascinano e ti trascinano inevitabilmente, conquistando tutto con angoscia esistenziale attraverso un vero tripudio di melma sonora. Hanno realizzato uno dei loro lavori più inquietanti, un disco che va ascoltato come un tutto unico, soffrendo insieme per un mondo che peggiora inesorabilmente. “Decay” non è “Streetcleaner” (1989) , non è “Pure” (1992) e non è neppure “Songs Of Love And Hate” (1996). È il suono di un gruppo che ha passato quattro decenni a trasformare il disagio in rumore, e che ora, per la prima volta, ha un dolore fisico da raccontare. Il cerchio si chiude, e la fine – quella vera – deve ancora venire. Ma questo è già un addio.
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02/10/2026