Babyshambles

Alcatraz, Milano (07/10/2026)


Se c’è una canzone che per me rappresenta la più sfacciata giovinezza è “Albion” dei Babyshambles. Limpida come il gin nelle tazze da tè, ti porta via insieme ai sogni più dolci e alle notti più eroiche. Mi ricorda sempre che se si vive come si deve non si becca mai la corda giusta. E anche che la poesia si posa sempre dove vuole, di solito nel posto più inaspettato della Terra, che se hai fortuna è proprio il davanzale della tua finestra, sul quale fumi i tuoi vent’anni e guardi la luna, e aspetti…
Rincuoranti nostalgie alle quali è bello tornare quando il periodo gira male e butta solo ombra; si fa come McCartney suggeriva a Julian Lennon: “Refrain”. Sicché un concerto simile è ritagliarsi uno spazio di spericolata, illusoria, libertà.

Allora metto la giacca buona, ci appunto la spilla che ho comprato con il vinile arancione di St. Vincent, skinny jeans e anfibi marroni; così entro in un Alcatraz semideserto alle otto meno un quarto e cammino fin quasi alla transenna del palco piccolo. Ci saranno sì e no cinquanta persone quando inizia la prima delle quattro (sì, quattro) aperture. I Lowinsky tirano il loro italian indie-pop tra il casino degli amici propri e di qualche curioso. Si avvista Pete Doherty aggirarsi in canottiera di qua e di là del pesante tendaggio nero. Segue un poeta metropolitano molto esuberante che declama il suo personale “urlo di Ginsberg” tra i fischi e gli olé. Dice che ci ama, nel dubbio anche noi.
Tri-aprono i Les Votives, fenotipo Strokes da categoria under di “X-Factor”. Un cinico, tirato, indie-rock post-adolescenziale con la ciliegina “questa canzone in italiano l’abbiamo scritta con Francesco Bianconi“. E io penso a quanto, Francesco, questa nuova spensieratezza che t’è venuta sui cinquant’anni è come farsi una Porsche, vero?
Chiudono due pezzi acustici di un artista “molto indie in Great Britain” (scusate ho perso il nome) che suona insieme a Drew McConnell. Assomiglia a Tommy di “Trainspotting” e sembra aver studiato per tutta la vita Thom Yorke. Canta in spolverino nero, riccioli biondi e incarnato così pallido che ogni sforzo rasenta l’ustione. È però così convinto che ci crediamo anche noi.

La folla comincia ad accalcarsi, l’Alcatraz è ora, con mio sollievo, strapieno; non sarà una triste nottata per pochi illusi. Ero già pronto a sciorinare strali per i disertori, e invece c’è un parterre strabiliante che va dai diciassette ai sessant’anni. Di fronte a me, un ragazzo con giacca di velluto marrone a coste e fedora nero. Poi un signore con un panama di paglia e un gilet da cerimonia, un altro con dei bei baffi curvi d’argento. Una signora cerca posto in balconata, con il suo spolverino beige e le Hogan in tinta. Un trio di ragazze, con camicie floreali azzurre e bordò e polacchine, discute di riunioni d’ufficio. Cerca posto un tipo con una maglia celebrativa del tour 2025 degli Oasis. Una signora inglese gli intima “don’t push me, don’t be so rude!”. Quello chiede scusa con apprensione.

Le luci si abbassano, entra la band, insieme a Pete Doherty in abito grigio, canottiera, cappello floscio di flanella a otto spicchi. Gli occhi sono sempre i suoi, da innocente casinista; il cuore è intatto, come quella sua capacità di essere, nelle sbavature, il più romantico di tutti. L’attacco di “Kilimangiro” dà il La a una “Delivery” divertentissima. Lui se la suona dinoccolato, si fa aria, sbuffa, prende tempo, e tra un arpeggio e l’altro si culla barcollando di qua e di là. Il pubblico comincia a vibrare. Io mi insospettisco, c’è qualcosa di sotterraneo che intuisco ma non capisco. Nel dubbio mi tolgo la giacca (dopo aver assicurato la spilla in una tasca) e la piego con cura sul braccio per non sgualcirla.
“Beg, Steal Borrow” mi sorprende dentro un ondeggiamento pericoloso. Subisco qualche spinta, provo a tenere posizione ed equilibrio, ma è una illusione, a “There She Goes” sono già in balìa. Sul palco il ritmo di “La Belle e la Bete” sincopa un reggae-punk incendiario e io, nell’onda, mi trovo fra le braccia di un ragazzo che si è appena fatto spillare una birra media, chiara, fresca, schiumosa. Metà mi finisce sulla giacca di lino. Lo guardo mortificato. Lui, con un gesto sepolto nella sua memoria muscolare, mi risospinge da dove sono venuto, nella selva degli scalmanati.
La band, divertita dall’agitazione, attacca un altro paio di canzoni con un tiro clamoroso. Io cerco di uscire dal ginepraio di membra. Accade però che quelli rimasti fuori, smaniosi di partecipare, si affrettino a raggiungere l’epicentro del fermento aumentandone il diametro, ricacciandomi fatalmente indietro. Ogni mio tentativo di fuga è solo un ritorno.

Nel delirio, c’è pure Pete Doherty ingrifato; lancia via le scarpe, e si getta sulle prime file, nuotando e cantando. Dal mio angolo riesco appena a vedere le sue calze rosse emergere e inabissarsi. Il fedora nero del ragazzo in giacca plana come una vela tra gli schizzi di birra. Volano bicchieri pieni, ricade una pioggia dorata su tutti quanti. Io mi attacco a un braccio e facendo leva mi getto fuori dalla mischia per trovare rifugio alle spalle di chi filma divertito la scena. “Sei un vigliacco”, mi dico. Rischio di essere risucchiato di nuovo quando davanti a noi la folla crea un cerchio vuoto e aspetta l’esplosione del crescendo per tornare a ribollire.
Sul palco Pete Doherty è uno sciamano beat, si fa catalizzatore di una estasi collettiva e con compassata consapevolezza gestisce l’eccitazione, un Neal Cassady in trance alla guida del pulmino. Sotto al palco, il pubblico va costruendo totemiche concrezioni umane sempre più grandi, con schianti sempre più intensi. Siamo tutti persi a cantare e mischiarci, senza più freni, di nuovo nelle camere subaffittate con cucina in comune, alle feste universitarie, nelle notti sfasciate in salotti pestilenziali pieni di cartine e tabacco trinciato e poesie di Boris Vian, nei bagni azzurri e marroni senza finestre, e nelle albe rosse quanto i nostri occhi incendiati.

Siamo tutti aggrappati a un rito collettivo che è una catarsi liberatoria, non una sciocca nostalgia, ma una mai saziata voracità. E quando sulla chiusa di “Fuck Forever” il microfono viene lanciato in pasto ai ragazzi portati alla deriva sulla folla, la voce di tutti quanti entra nella tempesta elettrica come fosse un acid test dei bei tempi andati raccontati da Tom Wolfe. C’è stato posto anche per Albion e, come diceva Lucio Dalla per “Santa Lucia“, se fossi stronzo vi direi che quando l’ho sentita ho pianto.
Fine concerto, fuori viene giù un’acqua che Dio la manda, allucinato raggiungo l’auto e mi avvio verso casa senza capire fino in fondo ciò che è stato, ma ora anche io lo so, siamo ancora tutti vivi e possiamo andare ovunque… Satsworth… Senford… Weovil… Woomoyle… NEW-CA-STLE!

(Foto di @niska_tognon per Alcatraz Milano)

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Scaletta

  1. 1. Killamangiro
  2. 2. Delivery
  3. 3. I Wish
  4. 4. Sedative
  5. 5. Beg, Steal or Borrow
  6. 6. There She Goes
  7. 7. La Belle et la Bête
  8. 8. Back From the Dead
  9. 9. Unstookie Titled
  10. 10. Carry On Up the Morning
  11. 11. A Day Out in New Brighton
  12. 12. 8 Dead Boys
  13. 13. Baddie’s Boogie
  14. 14. The Lost Art of Murder
  15. 15. Albion
  16. 16. UnBiloTitled
  17. 17. You Talk
  18. 18. Side of the Road
  19. 19. The Man Who Came to Stay
  20. 20. Pipedown
  21. 21. Fuck Forever

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