NUHARA - Rama

2026 (Trovarobato)
avant folk

Gli anni ’50 meritano di passare alla storia per la cospicua ricerca musicale di quei musicologi che esploravano in lungo e in largo l’Italia, e non solo, in cerca delle vere radici della musica popolare. Il nome di Alan Lomax è d’obbligo per chiunque affronti questi temi; ne abbiamo già parlato in occasione di un’altra pagina rilevante della produzione musicale contemporanea, il disco dei Lero Lero, e ritornarci per parlare dell’esordio dei Nuhara (nome che deriva dall’arabo Nuwwar) è naturale.
“Rama” è opera di tre musicisti siciliani — Michele Piccione (etnomusicologo e polistrumentista), Federico Pipia (autore di musica elettronica) e Gabriele Bazza (chitarrista e cantante specializzato in tecniche vocali tradizionali) — animati tanto da un eclettismo creativo quanto da un rigore concettuale radicato nella memoria.



Il potente amalgama di strumenti acustici tradizionali (marranzani, kalebasa, tamburo a spalla, zampogna, lira e qraqeb marocchino) ed elaborazioni elettroniche (drum machine, campionatori, synth analogici e digitali) trova nella notevole padronanza vocale di Gabriele Bazza la perfetta esegesi epica ed antropologica. Il mondo del lavoro, anzi dei lavoratori, è al centro dell’album a partire dalla title track, “Rama (Cantu Ri Carrittera)”, che tra ritmi frastagliati ed aspre esortazioni vocali volge al caos contaminando il tutto con infuocate incursioni di elettronica e chitarra elettrica.


Un canto di minatori registrato da Alan Lomax nel 1954 agita il mix di suoni dei marranzani e breakbeat elettronici di “Scuordu (Cantu Ri Surfatara)”, mentre la civiltà rurale emerge potente in “Laramu (Cantu Allaja)” che degli stereotipi linguistici fa fiero uso: ancora una volta vengono chiamati in causa i contadini alle prese con la mietitura (altra registrazione frutto del lavoro di A. Lomax). In questa colta ricerca della tradizione entrano in gioco anche recuperi più recenti, come il canto della trebbiatura di “Sbògghia (Cantu Ri Pisatura)”, una delle pagine più irruenti del disco, dove l’elettronica diventa alter ego del ritmo con sonorità sferzanti e taglienti.



“Rama” è uno di quei rari dischi che ti costringono a un’attenta analisi e a un ascolto profondo; nulla è casuale o superfluo, tutti i brani hanno una storia e una valenza creativa notevole. C’è la realtà di Favignana dietro “Carvaniu” e quella di Sciacca in “Mascaratu”, due canti utilizzati durante la pesca del tonno, abilmente messi in sequenza con il sottotitolo di “Cialome, pt. 1” e “Cialome, pt. 2”, ed entrambi caratterizzati dal tipico botta e risposta dei canti marinareschi.
Di eguale fascino arcaico è il suggestivo canto dei lavoratori del sale che si adagia su interessanti e tribali trame elettroniche, le quali intercettano il suono delle chitarre acustiche e del kalebasa in “Ora Cu (Cantu Ri Salinai)”.
Una pagina romantica completa il prezioso puzzle del disco dei Nuhara, “Nzuonnu (Cantu Alla Baccillunisa)”, un sognante tessuto di voci e zampogne tra le cui righe fanno capolino tammurru e incudine.


C’è poi spazio per un finale che spinge gli elementi sonori (synth, voci e strumenti magrebini) verso un linguaggio leggermente più contemporaneo, “Ghiuasa (Abbaniati)”, una festa di suoni e voci di venditori ambulanti che cala l’ascoltatore in una realtà ancora vivida e pregnante, qualcosa di cui i musicisti sembrano fieri di essere parte e soprattutto messaggeri per le nuove generazioni.
Un’ultima esortazione: non dissertate sul confronto tra i Nuhara e i Lero Lero, siamo di fronte a due opere di rara fattura, entrambe imprescindibili per chi ancora considera la musica come forma d’arte.

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28/10/2026

Tracklist

  1. 1. Scuordu (Cantu ri Surfarara)
  2. 2. Ora cu (Cantu ri Salinai)
  3. 3. Laramu (Cantu all'aja)
  4. 4. Sbògghia (Cantu ri Pisatura)
  5. 5. Nzuonnu (Cantu alla Baccillunisa)
  6. 6. Rama (Cantu ri Carrittera)
  7. 7. Carvaniu (Cialome, Pt. 1)
  8. 8. Mascaratu (Cialome, Pt. 2)
  9. 9. Ghiuasa (Abbaniati)