Trent’anni fa alcuni titoli dei dischi hanno perso le lettere maiuscole. Non tutti, ma molti di quelli legati all’area del cosidetto post-rock. Il chitarrista jazz Giacomo Zanus è un grande appassionato del genere e nel suo ultimo lavoro discografico omaggia un mondo solo apparentemene lontano dalle sue abituali frequentazioni, fin dal titolo, che andrebbe scritto con le iniziali tutte minuscole “wandering away is safer than getting lost on your own”. A cinque anni dal debutto con il suo nuovo quartetto, “Kora” (Aut Records, 2021), Zanus torna con un disco ancora più languido e cinematografico. Gli otto brani in scaletta alternano suggestioni folk, trame post-rock e atmosfere melanconiche. La struttura dei brani nasce ancora intorno ai suoni di chitarra (Zanus), panoforte (Pecorig), basso (Magatelli) e batteria (D’Orlando) anche se parte delle ballate sono cesellate da lap steel, Fender Rhodes e glockenspiel.
L’album si apre con la melodia agrodolce di “dear Palomar”, un omaggio allo scrittore Italo Calvino: dopo un’introduzione in cui tutti i musicisti si presentano, Zanus apre il racconto con un arpeggio degno del miglior Bill Frisell ed è un susseguirsi di scene di una storia avvincente. Il suono è caldo e curato nei minimi dettagli come nei dischi prodotti da Daniel Lanois nel suo studio di New Orleans. Il finale è un crescendo di intensità con la chitarra sempre più psichedelica sopra un tappetto di eleganza suonato dal pianoforte. I deserti immaginari che circondano la prigione di Burgus (chissà se nei dintorni di Paris, Texas) vengono evocati sull’omonima “return to Maren” che prende il nome dal romanzo fantadistopico di Katherine Barger. Come il norvegese Geir Sundstøl, anche il trevigiano Zanus cerca di trovare la sabbia della sei corde di Ry Cooder in luoghi apparantemente lontani dai grandi deserti del sud-ovest americano.
I riferimenti alla musica di Morricone scritta per i capolavori western di Sergio Leone diventano evidenti nei cinque minuti di “Canto Pagano”, dove una melodia finalmente corale risolve la tensione di un ostinato come in un vero duello. Un basso inaspettatamente funky introduce il risveglio di “Half Awake”, un bagno di jazz onirico avvolto in una coltre di rugiada che lentamente si ritrova in un finale-arcobaleno. Gli ultimi due brani in scaletta sono anche i più lunghi della raccolta: “half asleep in the water” è un’improvvisazione in punta di piedi che resta sospesa per quasi sei minuti prima di un cambio di rotta che fa esplodere una melodia commovente; il gran finale di “ymnus / vesper” comincia sorprendentemente in modo epico e solenne, quasi come un inno liturgico tradizionale sottolineato dall’incedere marziale della batteria, per poi sciogliersi sotto la potenza di una fraseggio free- jazz, e quindi chiudersi con un’intimità ultra-romantica.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.
04/11/2026