FINE - Jazz Dreams

2026 (Escho)
dream pop, singer-songwriter

Ultimamente si fa un gran parlare del RMC, il Rhythmic Music Conservatory di Copenhagen. Grazie al suo approccio eterodosso alla formazione musicale, per il quale teoria, armonia e tecnica viaggiano di pari passo con attività che favoriscano lo sviluppo di una voce personale, l’istituzione musicale danese è stata capace di sviluppare intorno a sé quella che si potrebbe considerare quasi una scena. Sono numerose infatti le personalità della scena avant-pop danese che provengono dal RMC: la più nota è sicuramente Erika De Casier, ma anche ML Buch e Astrid Sonne iniziano ad attirare molte attenzioni, di critica e di pubblico.Una delle voci più interessanti tra quelle provenienti dal conservatorio è senza dubbio quella di Fine, al secolo Fine Glindvad Jensen. “Rocky Top Ballads” del 2024 già ci aveva dato tanto la misura dell’ampiezza delle influenze della giovane compositrice e cantautrice, quanto di una personalità capace di convogliarle in una formula fortemente peculiare, stravagante e affascinante. “Jazz Dreams” quindi non arriva certo come una sorpresa, aspettarselo però così particolare, sfaccettato e coinvolgente sarebbe stato considerato prematuro o azzardato.

In “Goodbye Brain” e “Everything In The Shade” qualche scala jazz ci fa pure capolino, ma non è sicuramente al genere musicale che si rivolge il titolo dell’opera numero due di Fine. Piuttosto è fine a descrivere la natura del disco, strutturato, fumoso e sospeso come un sogno che si evolve e si trasforma di continuo, come un’improvvisazione jazz per l’appunto.“Sometimes I rush/but I don’t arrive”, “I’m so hollow/I’m full of dreams” o “Heavy traffic, heavy dreams” sono alcune delle intuizioni liriche buffe e colloquiali che Fine usa nel corso delle canzoni per creare vicinanza in chi l’ascolta, afflitto come lei da sentimenti contrastanti e in fuga dalle piccole oppressioni della quotidianità. Fine canta i suoi racconti con fare trasognato a metà tra Hope Sandoval e Julee Cruise, attorno alla voce dolce e sospirosa, chitarre sonnacchiose (suonate da Lola Hammerich delle Baby In Vain) e un basso ciondolante e altamente ipnotico (ad opera di Zach Sekoff).

Gli arrangiamenti di “Jazz Dreams” non sono però così semplici come sembrano. Anche se chitarra, basso e drum machine sono sempre l’impalcatura dei brani, è nei dettagli che Fine dissemina il frutto dei suoi studi al conservatorio. Le sue intuizioni non sono però mai mero sfoggio di tecnica, sono piuttosto effetti speciali che arricchiscono le canzoni: gli archi dissonanti che rallentano “If You Wanna Come Down” come il freno bloccato di un carrello della spesa, i sonagli che distorcono l’atmosfera di “I Could”, il flauto new age che apre “Portal” verso l’infinito. In “Run” Fine sovrappone una chitarra à la Roback a campionamenti notturni e sirene della polizia, raggiungendo forse il vertice immaginifico del disco.Potremmo chiamare “Jazz Dreams” un disco esperienza, per come può risucchiare chi l’ascolta in un’altra dimensione mentale: in uno straniante sogno al crocevia tra David Lynch e Tim Burton. Con queste premesse è difficile stimare fin dove Fine potrà spingersi, fatto sta che il cantautorato al femminile trova nel suo secondo disco una delle opere dell’anno.

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29/10/2026

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