di
Claudio Lancia.
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Nata in Pennsylvania nel settembre del 1990, (a Hollidaysburg, un paesino con poche migliaia di abitanti), attualmente residente a Berlino, dopo aver realizzato una manciata di singoli e aver perfezionato collaborazioni artistiche con la compositrice
Holly Herndon e il coreografo multidisciplinare Colin Self, Lyra Pramuk giunge nel 2020 all’intrigante album d’esordio “Fountain”, pubblicato dalla label islandese Bedroom Community. Un lavoro basato sull’utilizzo della voce (a tratti sorretta da pochissimo altro), spesso elaborata digitalmente, avente l’intento di indagare il rapporto uomo-tecnologia: una sorta di esplorazione di ipotetici scenari futuristici, non binari e post umani. Manipolazioni di una materia che in molti definiscono “futurist folk”, nella quale l’artista americana travasa tanto l’avant-pop di
Bjork quanto certi richiami devozionali, figli dell’esperienza formativa nel coro della chiesa dove la nonna suonava l’organo. Gli studi di canto e una certa fascinazione per la musica cameristica completano un puzzle dalle caratteristiche davvero originali.
Ricerca e sperimentazione proseguono in “
Delta”, pubblicato nel 2021, un "remix album" nel quale quelle tracce minimaliste vengono rielaborate e arricchite da substrati sonori in grado di conferire nuovi significati e tracciare ulteriori direzioni. Un progetto non più soltanto teso a valutare le possibilità tuttora inesplorate nell’utilizzo dello strumento voce, ma disposto a lasciarsi contaminare da suoni e suggestioni provenienti da territori molto distanti fra loro. Dai canti gregoriani alla
club culture di ultima generazione, si tratta di un viaggio che attraversa secoli e continenti, inglobando decostruzioni, astrazioni, ma anche più fruibili forme di pop avanguardistico. Fra i titolari dei contributi spiccano i nomi di
Ben Frost,
Vessel,
Caterina Barbieri ed
Eris Drew (in due occasioni), ma fra i 14
rework inclusi nessun intervento risulta meno che interessante. La presenza di brani dal taglio breakbeat e techno-trance vivacizzano non poco il risultato finale (come nel caso di “Everything Is Beautiful & Alive” e della versione di “New Moon” rimaneggiata da Tygapaw) rendendolo attraente per una platea decisamente eterogenea.
A giugno 2025 Lyra Pramuk pubblica "
Hymnal", lavoro attraverso il quale prosegue il proprio personale atto creativo incentrato sulla decostruzione e il riassemblaggio dello strumento voce, poggiandosi in questo caso su partiture per strumenti classici (principalmente archi), mediati da una moltitudine di processi tecnologici e forme di intelligenza non-umana. Se in “Meridian” il recitato teatrale della Pramuk permette ancora di distinguere le singole parole che compongono il tessuto lirico, nel resto del disco l’apparato tecnologico applicato alla voce della compositrice ne diluisce i significati nell’oceano sonoro digitalizzato in cui sono immersi. Le 14 tracce sono il risultato di improvvisazioni compiute in una capanna sulle Dolomiti, riregistrate con un processo di
reamplification nella chiesa sconsacrata di Santi Cosma e Damiano a Venezia. Le linee vocali sono moltiplicate in un coro multiforme e amalgamate agli arrangiamenti per archi di Francesca Verga, eseguiti e variati per mezzo di improvvisazioni dalla formazione berlinese Sonar Quartett. Questo scheletro analogico è poi immerso in una dimensione sonora che respira e scorre in un continuo ripetersi e riconfigurarsi di motivi ritmici e colori armonici. Ne esce un rituale-esperimento immersivo e transmediale che nella trasposizione live si arricchisce di un articolato comparto visivo in grado di ampliarne e amplificarne l’impatto emotivo e sensoriale.
Lyra Pramuk si è apertamente dichiarata persona transgender. Attualmente insegna "Experiments in the Future of Performance" presso la sede di Berlino della New York University.