Una lunga lettera pubblicata sul suo blog, che sarà sicuramente destinata a riaccendere discussioni sulle sue posizioni politiche, con particolare riferimento alla delicata questione del conflitto a Gaza. Nick Cave torna a interrogarsi su politica, moralità e sul senso della sua vocazione artistica, respingendo ogni etichetta ideologica: “Non sono né di destra né di sinistra – sottolinea – sono essenzialmente un conservatore spirituale con la ‘c’ minuscola, una posizione che definisce il mio temperamento più che la mia politica”.
Cave dichiara di diffidare dei dogmi e della certezza morale, preferendo muoversi nello spazio del dubbio. “Ci sono momenti in cui il silenzio è quasi un dovere sacro”, scrive, criticando la superficialità della politica e i giudizi sbrigativi che dominano il dibattito pubblico. Secondo il Bardo di Melbourne, l’artista deve porsi in ascolto del mondo e offrirgli qualcosa di buono: “Io sto con il mondo, nella sua bontà e bellezza. Lo celebro, lo incoraggio e cerco di migliorarlo – in adorazione, riconciliazione e fede audace”.
Un principio ribadito già in passato. Nel 2017 Nick Cave si esibì a Tel Aviv, nonostante le pressioni del movimento BDS e le critiche di colleghi come Roger Waters, Thurston Moore e Brian Eno. In quella occasione rivendicò la scelta come atto di libertà contro chi intende censurare gli artisti: “Per certi versi si può dire che sia stato il BDS a farmi suonare in Israele”, dichiarò. L’anno successivo precisò che esibirsi nello Stato ebraico non significava avallare le politiche del governo, riconoscendo al contempo le ingiustizie subite dal popolo palestinese e ricordando il suo sostegno concreto attraverso la Hoping Foundation, che aveva raccolto circa 150.000 sterline per i bambini palestinesi.
In una più recente intervista a Nick Gillespie per la pubblicazione di “Wild God“, Cave ha ribadito: “Pur non essendo amico del governo di Israele – ha dichiarato il Bardo di Melbourne – trovo difficile accettare l’idea di usare la mia musica per punire la gente comune a causa degli atti del governo”. In sostanza, dunque, Cave ritiene che un rifiuto dei concerti in Israele sia una punizione soltanto per i fan e non per il governo Netanyahu. Nella stessa intervista Cave diceva di non avere preso sul personale gli attacchi di Waters e di Brian Eno, altro sostenitore del movimento BDS (ovvero Boycott, Divestment, Sanctions). Il cantautore di “The Good Son” ha anche sottolineato che a suo parere il boicottaggio “incoraggia gli aspetti peggiori dell’attuale governo israeliano che fa leva sull’isolazionismo, del tipo ‘tutto il mondo è contro di noi, nessuno verrà a suonare qui'”. Insomma, pur giudicando “tremendo quel che sta accadendo laggiù”, Cave ritiene sbagliato boicottare la popolazione di quel paese.
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