“Buon compleanno Elvis” è il quinto album di Luciano Ligabue, uno dei più grandi successi commerciali della musica italiana del 1995 e l’album che ha trasformato il cantante di Correggio in una rockstar nazionale. Come già scritto nell’approfondimento monografico di Federico Piccioni, con questo disco Ligabue diventa un fenomeno di massa: quasi un italiano ogni cinquanta ha in casa una copia di “Buon compleanno Elvis”.
I motivi sono molti, legati alla carriera di Ligabue, alle preferenze del pubblico e alla presenza di 12 brani di grande impatto, che dondolano tra energico e poetico. In tutto questo, un tema portante striscia lungo tutta la scaletta: la morte. Da intendersi, certamente, in modi diversi e affrontati con spirito ora arrembante e ora malinconico. Vista dal lato di chi rimane e di chi va, ma anche intesa come compagna di vita, partner di scorribande emiliane e spesso presente ai margini delle notti, al confine dei pensieri. Un filo, più noir che rouge, che unisce i brani e il grande racconto messo in piedi dall’album.
Potremmo partire persino dal titolo. La morte del mito per eccellenza del rock, e al contempo la celebrazione del suo compleanno, è lo specchio di come Ligabue intenda il concetto all’interno dell’album. Il confine è permeabile, e questa permeabilità è ovviamente ottenuta attraverso il rock o, più in generale, la musica. Il passato e il presente trovano nella musica una loro rappresentazione nuova, in cui l’uno può confluire nell’altro. Intitolare “Buon compleanno Elvis” significa anche azzerare per un attimo questa distanza, mettendo in contatto una rockstar morta con una frase tipicamente legata all’infanzia, come la formula di festeggiamento del compleanno. Per un attimo Elvis sembra tornare in vita, per di più bambino.
Poi, nell’individuare il fil noir, si può passare ad analizzare la copertina. Un bambino in bianco e nero, sorridente, con una corona dorata in testa. I contrasti, pur nello spirito tutto sommato giocoso del risultato finale, sono evidenti: la gioia vivace dell’infanzia spenta dal bianco e nero; la semplicità del corpo di bambino, nudo (o seminudo?), a contrastare con la corona dorata simbolo dei grandi successi e riconoscimenti tipici dell’età adulta. Ancora una volta, la vita si chiude in un cerchio con la morte.
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Chiaramente, il tema della morte è centrale anche nei brani, in modo più o meno esplicito. A volte è urlata in faccia all’ascoltatore, senza paura e anzi con arroganza, mentre altre volte e più spesso emerge nei dettagli, nelle immagini, nei riferimenti.
Si inizia proprio con l’iniziale “Vivo morto o x”, dove la prospettiva della morte è irrisa con ironia (“Si sappia regolare/ Prima o poi c'è l'aldilà!”). Ligabue trova una via di mezzo tra “vivo” e “morto”, ancora lavorando al confine. Più sottili i riferimenti in “Seduto in riva al fosso”, dove alla vita frenetica il cantante preferisce stare “Lontano dalla giostra/ Che non si ferma mai” e godersi “Un bel silenzio e l'acqua che va”. Questa pausa dal vivere è un momento di serenità, di leggerezza, che si inserisce nel racconto e troverà ulteriore espressione nell’album.
Nella title track è il riferimento a Elvis a fungere da ponte con l’aldilà. Ma, ascoltando con più attenzione, è trapassato anche l’immaginario a cui Ligabue si riferisce, un mondo rock mitico e irraggiungibile.
La morte è appena citata ne "La forza della banda", quando in contrapposizione ai miti del rock morti giovani Ligabue dichiara “Ma io non mi vergogno se suono per restare vivo”. Nel dialogo con l’onnipotente “Hai un momento, Dio?”, invece, è l’intero contesto a essere al confine tra vita e morte. Su questo confine permeabile, e sul passaggio, Ligabue canta due versi centrali per lo sviluppo del brano: “Almeno di’ se il viaggio è unico/ E se c'è il sole di là”. La domanda delle domande è, ironicamente, posta dopo altre richieste molto più futili sull’Inter o sul costo di una risposta divina (“Quant’è?”).
Il brano centrale dell’album, “Certe notti”, è anche in questa nostra lettura un fulcro. La notte come momento liminale per eccellenza è l’occasione per sovvertire di nuovo la realtà, come abbiamo già visto più volte a partire dal titolo e dalla copertina. Si può diventare “padrone di un posto/ Che tanto di giorno non c'è”, trovare finalmente l’affinità tanto ricercata con le altre persone, godere dell’amore e del sesso con vorace edonismo (“Quelle notti da farci l'amore/
Fin quando fa male fin quando ce n'è”). Nella nostra lettura, “Certe notti” è una canzone che balla sul confine tra vita e morte, dolceamara ma anche speranzosa. La felicità malinconica di questo Ligabue è nel vivere, nonostante tutto, vuoi nell’attesa di un bar che deve riaprire (“Tanto Mario riapre/ prima o poi”) o nella coscienza che si dovrà cogliere le opportunità, quando arriveranno (“Certe notti sei sveglio/ O non sarai sveglio mai”).
Trovato il suo momento più intenso e chiaroscurale, l’album s’illumina per un paio di brani, salvo tornare a percorrere il confine tra vita e morte in “Quella che non sei”, sin dal titolo esistenza e sua negazione. Nel tratteggiare una donna che combatte per difendere la sua identità nonostante tutto, comunque, Ligabue non ha la stessa profondità che dimostra quando invece deve descrivere se stesso e il suo sentire. In “Non dovete badare al cantante”, infatti, il ritorno del tema autobiografico porta con sé una nuova riflessione sul confine tra vita e morte, sulla permeabilità:
Certe vite passano,È ancora la leggerezza, che colleghiamo qua al concetto di sfumatura, che descrive il confine. Le vite sfumano, leggere, così la morte è un passaggio naturale che la musica rende percorribile anche al contrario: è il vecchio tema dell’immortalità attraverso l’arte, che Ligabue declina però nell’Emilia innamorata del rock e del suo immaginario, anche e soprattutto trapassato, remoto, lontano.
leggere come le canzoni,
e dietro le canzoni vanno
Certe vite sfumano,
veloci come le canzoni,
e dentro le canzoni stanno
Brucia brucia la candelaNel richiamo implicito alla “My My, Hey Hey (Out Of The Blue)” di Neil Young, citato esplicitamente in “Certe notti”, e nel collegamento ulteriore con il biglietto d’addio di Kurt Cobain, morto pochi mesi prima, Ligabue trova l’immagine forse più efficace del confine e della relazione tra vita e morte dell’intero album. Ci riesce ispirandosi a un suo punto di riferimento ma anche centrando un collegamento alla musica del periodo, ancora stravolta dalla morte del leader dei Nirvana. Il mito di Elvis, e per estensione del rock, è tradotto nella realtà della provincia italiana per tramite di un personaggio un po’ stereotipato, con “scarpe di serpente” e “una Firebird originale”, che favoleggia di un figlio, anch’esso mitico, di cui “non si sa” se non il nome. Se l’uomo ritratto in "Un figlio di nome Elvis" è misterioso, “x” perché né vivo né morto, il figlio è solo un fantasma che aleggia nel brano. Il confine è permeabile, e tanto più si vive intensamente più velocemente “brucia la candela”: la luce è “più viva” ma, di fatto, è manifestazione luminosa della morte.
Brucia dai due lati
Brucia prima
Di una luce un po' più viva e di più
E le senti le veneIn questa logica della sfumatura, dell’ambiguità, del confine permeabile, giunto a questa considerazione dolceamara sulla vita, Ligabue si scopre leggero, “nel vestito migliore/ Senza andata né ritorno/ Senza destinazione”. L’immagine è per certi versi funebre, con il rimando all’anima che si libra in volo al momento del trapasso, ma è anche rasserenante, luminosa, calmante. Fuori dal tempo e dallo spazio (“Senza andata né ritorno/ Senza destinazione”), Ligabue è solo con il suo pensiero e trova in questo un morso di serenità, di dolceamara e consapevole felicità che etichetta come leggerezza e che manifesta cantando: “Nella testa un po' di sole/ Ed in bocca una canzone”.
Piene di ciò che sei
E ti attacchi alla vita che hai