Amati e venerati come forse nessun altro, i Beatles non furono mai un gruppo incline all’autocompiacimento. Anzi, il più severo dei critici era spesso John Lennon, pronto a ridimensionare anche i brani considerati intoccabili dalla critica e dal pubblico. Dopo lo scioglimento della band, in particolare, non risparmiò critiche né alle canzoni firmate da Paul McCartney né alle proprie, mostrando un atteggiamento spesso persino brutale nei confronti di ciò che aveva contribuito a creare. Ripensando agli esordi, come ricorda Far Out, Lennon ammise più volte di non sentirsi realmente coinvolto nei primi brani dei Beatles, percepiti come prodotti scritti “per il mercato della carne”. La svolta arrivò con canzoni come "Help!", quando iniziò a usare la scrittura anche come strumento di autoanalisi. Da quel momento, molte composizioni diventarono un’estensione diretta della sua personalità, aprendo la strada a sperimentazioni sempre più audaci.
Eppure, persino un caposaldo dei Fab Four come "Strawberry Fields Forever" rientrava, ai suoi occhi, tra i brani da rifare da capo. Il produttore George Martin raccontò a Robert Sandall un episodio emblematico: durante una conversazione informale, Lennon disse che avrebbe voluto reincidere tutto il catalogo dei Beatles. Alla domanda di Martin se davvero pensasse di non aver fatto nulla di giusto, Lennon rispose senza esitazioni: “La maggior parte di quello che abbiamo fatto era spazzatura”. E incalzato su "Strawberry Fields Forever", aggiunse: “Soprattutto ‘Strawberry Fields’”. Esagerazioni, ovviamente, che coglievano però la reale insoddisfazione del musicista di Liverpool nei confronti di alcuni brani realizzati dai Beatles.
Dopo l’omicidio di Lennon nel 1980, con il progetto "Anthology", i Beatles superstiti tornarono a lavorare insieme, pubblicando due brani inediti e aprendo gli archivi a versioni alternative, demo e canzoni scartate. Tra queste figurava "That Means A Lot", composta nel periodo del film "Help!". Una ballata che, almeno sulla carta, rientrava perfettamente nelle corde del gruppo. Eppure, proprio Lennon la considerava un esempio di brano “rovinato” dai Beatles stessi. Nonostante la decisione di accantonarla, il gruppo lavorò a lungo sul pezzo in studio, registrando oltre venti take e arrivando persino a valutare una versione con inflessioni country. Il brano fu inciso in due sessioni distinte, il 20 febbraio e il 30 marzo 1965. Nella prima occasione il gruppo affrontò quattro prove, quindi registrò la base ritmica: Paul alla voce e al pianoforte, George Harrison e lo stesso Lennon ai cori e alle chitarre, rispettivamente solista e ritmica, con Ringo Starr alla batteria. In un secondo momento vennero sovraincise le chitarre e realizzato il raddoppio vocale. Il 30 marzo furono registrate quattro nuove take. Le prime due si discostavano nettamente dalle versioni precedenti: non erano più in tonalità di Mi maggiore ma di Sol e presentavano un andamento marcatamente country rock. Le ultime due riprendevano invece l’impostazione delle incisioni di febbraio. Questo rifacimento non venne mai portato a termine ed è circolato esclusivamente su bootleg. La versione pubblicata su "Anthology 2" corrisponde invece alla prima take del 20 febbraio.
In un’intervista, Lennon spiegò: “È una ballata che io e Paul avevamo scritto per il film, ma ci siamo resi conto che non riuscivamo a cantarla. L’abbiamo pasticciata, così abbiamo pensato fosse meglio darla a qualcuno capace di interpretarla davvero”. Nel 1965 la canzone fu ceduta a P.J. Proby, artista gestito dallo stesso manager dei Beatles, Brian Epstein. La versione di Proby fu pubblicata come singolo e raggiunse la posizione n.30 nelle classifiche britanniche. "Normalmente avrei cercato di cestinare queste canzoni e di non pubblicarle, ma c’era così tanta pressione su di noi: dicevano, ‘Hai qualcosa?’ Io rispondevo, ‘Sì, ce l’ho, ma davvero non vorreste ascoltarla.’ E loro: ‘Invece sì! Credimi, penso di poterci fare un buon lavoro, e il tuo nome sarebbe un grande valore aggiunto.’ Così PJ Proby, un nostro amico che avevamo conosciuto durante il programma televisivo di Jack Good a cui partecipammo, Round The Beatles, volle farlo, e gliela cedemmo. Lui ebbe anche un piccolo successo", ricorda Paul McCartney, il quale in un’intervista del 1988 ribadì che vi furono brani sui quali i quattro non erano molto convinti e che “That Means A Lot” era tra questi.
Eppure, riascoltata oggi, "That Means A Lot" resta una ballata più che dignitosa, sospesa tra l’asprezza e il vibrato di "Ticket To Ride" e il lato più melodico e morbido della scrittura di McCartney. Una classica outtake che forse meritava un destino meno avverso.