Hi, How Are You, l’autoritratto del Van Gogh del rock

22-12-2025

Tried to remember
but my feelings can’t know for sure
try to reach out
but it’s gone

L’outsider californiano Daniel Johnston, scomparso nel 2019 e ribattezzato "il Van Gogh del rock" (anche per la sua attitudine alla pittura), è stato sicuramente tra le menti più brillanti della sua generazione. Strettamente legato al dogma religioso sin dalla tenera età, il musicista di Sacramento rivela subito un certo amore per il pop-rock, in particolare per i Beach Boys e i Beatles: artista a tutto tondo, Johnston scrive, registra, esegue e si autoproduce tutti i lavori dei primi anni Ottanta, per poi passare alla Stress Records con il disco “Retired Boxer”, rilasciato nel 1984. A legare visceralmente questi progetti sono tre fattori principali: la registrazione casalinga su musicassetta, che rappresenta il tipico ritratto dell’artista indipendente, la ricorrenza a disegni fortemente grotteschi, nonché la costante ricercatezza dello stile ancor fin troppo genuino, a metà tra un blues grezzo e l’avant-folk più ispirato.



Dopo la realizzazione di una trilogia iniziale composta da “Song Of Pain”, “Don’t Be Scared” e “The What Of Whom”, lavori in studio che rivelano una complessa analisi del vissuto alienante di Johnston, nel 1983 viene pubblicato uno degli album più iconici di tutta la sua discografia, “Hi, How Are You”. Un semplice saluto e la solita domanda di convenienza; quanta banalità, quanta noncuranza. L’artista non ha bisogno di ulteriori parole per descrivere in breve un sentimento così ripugnante e ansiogeno. E da qui inizia il suo canto straziante. Dopo un breve pezzo a cappella introduttivo di totale autocommiserazione, “Poor You”, il disco si apre con l’astratta “Big Business Monkey”, nella quale Johnston picchietta violentemente l’organo a corde. Dedicata al fratello maggiore Dick, futuro manager del musicista, sul finale la traccia anticipa la melodia principale del pezzo successivo, nonché il Santo Graal dell’outsider di Sacramento. Ricordato come uno dei suoi pezzi massimi, “Walking The Cow” presenta una carica tanto nevrotica quanto minimale nella struttura armonica: la creatività del testo, dal forte impatto sociale, si riallaccia al lato autobiografico di Johnston, qui reduce di una guerra interiore nella quale “porta a spasso la mucca” raffigurante il peso dei suoi sacrifici esistenziali.

“I Picture Myself With A Guitar” sembrerebbe richiamare i bozzetti in pieno stile Syd Barrett di “The Piper At The Gates Of Dawn”, declinati - però - in chiave grevemente lo-fi. A seguire, il melanconico folk psichedelico “Despair Came Knocking”, un raccapricciante aneddoto sullo stretto legame dell’artista con la solitudine. Non da meno i deliranti intermezzi spoken “Nervous Love” e “I’ll Never Marry”, nei quali l’illusione di un amore eterno si infrange di punto in bianco.
La bomba nucleare “Desperate Man Blues” ci tele-trasporta in un contesto post-apocalittico. Johnston destruttura il pezzo originale, un rip-off del brano “Desperate Dan” del sassofonista di big band britannico Johnny Dankworth, e lo reinterpreta in chiave delta blues: il testo parla, senza peli sulla lingua, della depressione – “There ain’t no fun in living/ anymore/ and I don’t feel much like living/ can’t see what for” – e di come questa non riesca a fare a meno dell’individuo che ne è afflitto, punendolo durante la sua permanenza terrestre. Il blues cabarettistico “Keep Punching Joe” si distacca formalmente per la sua insolita vivacità. La conclusione “No More Pushing Joe Around”, che si riallaccia narrativamente al precedente pezzo, risalta le doti improvvisative di Johnston, qui riversate in un brano acapella-blues-spoken dal finale lisergico e imprevedibile.

Quanto la musica di Johnston abbia influito sul cantautorato lo-fi, dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi, è difficile da spiegare. Ma certamente è evidente il rispetto che la controcultura e l’alternative rock gli hanno riservato con il passare nel tempo. Ci manchi eccome, caro Dan.

Daniel Johnston su OndaRock

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