“URGH” non è un disco che chiede attenzione: la pretende. Fin dall'impatto iniziale, l'album dei Mandy, Indiana si muove come una forza compressa che cerca sfogo, un accumulo di tensione che non concede tregua né all’ascoltatore né a chi lo ha generato. È un lavoro che nasce dentro un contesto fisico e politico ostile: corpi sotto stress, malattia, fratture personali. “URGH” trasforma questa pressione in linguaggio sonoro. Mancusiani fino al midollo, ma ormai sradicati e transnazionali, i Mandy, Indiana utilizzano l'industrial, il post-punk e la club culture decomposti non come stile, ma come sistema nervoso.
Se “I’ve Seen A Way” (2023) aveva ancora una dimensione cinematica, quasi osservativa, “URGH” è un disco che ti mette dentro la scena. Non costruisce ambienti: costruisce attriti. La produzione, curata da Scott Fair insieme a Daniel Fox dei Gilla Band, spinge ogni elemento verso una fisicità estrema. I suoni sembrano solidi, abrasivi, come se potessero ferire. Le strutture si montano e si smontano continuamente, in un processo che somiglia a un remix permanente di se stesso: niente stabilità, niente comfort, solo equilibrio precario.
La voce di Valentine Caulfield è il centro di gravità del disco, ma non nel senso tradizionale. È uno strumento distorto, tagliato, spesso più percussivo che narrativo. Il francese, usato come lingua opaca per molti ascoltatori, diventa una superficie su cui far scivolare rabbia, sarcasmo, disprezzo. In brani come “Magazine” o “Try Saying” la voce non guida: attacca, scava, insiste. È una presenza che oscilla tra gioco crudele e violenza esplicita, capace di trasformare il linguaggio in arma senza mai cadere nel didascalico.
Dal punto di vista ritmico, “URGH” è uno dei dischi fisicamente più aggressivi usciti di recente dall’area noise-club europea. La batteria di Alex Macdougall è mobile, imprevedibile, spesso brutale: non accompagna, destabilizza. Se “Cursive” lavora invece su una pulsazione che sembra invitare al movimento per poi sabotarlo dall'interno, “Life Hex” implode su se stessa tra feedback e frammenti vocali, mentre “Ist Halt So” accumula sezioni e significati fino a trasformarsi in un vero e proprio atto di resistenza sonora, dove il riferimento a Gaza non è decorativo ma strutturale.
L'album non rinuncia a momenti di apparente accessibilità. “Sicko!” (con il featuring di Billy Woods) è forse il punto di contatto più diretto con una forma-canzone riconoscibile, ma anche qui il groove è malato, instabile, più vicino a un delirio controllato che a un banger tradizionale. È proprio questa ambiguità - tra danza e rifiuto, tra attrazione e repulsione - a rendere "URGH" un disco difficile da metabolizzare e tuttavia anche impossibile da ignorare.
Il colpo finale arriva con “I’ll Ask Her”, unico brano interamente in inglese. Qui Caulfield abbandona ogni filtro e ogni ambiguità linguistica per colpire direttamente il cuore della rape culture e del silenzio complice che la protegge. Non c’è metafora, non c’è distanza: solo esposizione frontale, quasi insostenibile. È una chiusura che non cerca catarsi ma responsabilità.
“URGH” non è un album per tutti, e non vuole esserlo. È un lavoro che accetta il rischio dell'incomprensione, persino del rifiuto, pur di mantenere intatta la propria urgenza. Più che un secondo disco, è una presa di posizione: contro l'apatia, contro la neutralità, contro l'idea che la musica possa limitarsi a osservare il mondo mentre brucia. I Mandy, Indiana non offrono soluzioni ma rendono il problema impossibile da ignorare.