Sulla copertina di “Fairyland Codex” campeggiano le stesse, grottesche figure che comparivano su quella di “A Laughing Death In Meatspace” (Mistletone, 2018), esordio della formazione australiana ad alto tasso di ex-Drones. Le creature deformi e pelose non sfilano però baldanzose nel mezzo di un carnevale post-atomico come otto anni fa, questa volta si fanno strada con difficoltà in un inverno plumbeo e ventoso in cui è difficile capire a cosa appigliarsi per affrontare i nostri tempi bui al di fuori dell’atto di ritrovarsi e suonare insieme.
Sempre sarcastici, a tratti criptici, nonché inclini a invenzioni sonore dissonanti, i capitani psichedelici Gaz (Gareth Liddiard) e FiFi (Fiona Kitschin) questa volta sembrano risentire infatti di questi tempi duri, poveri di speranza, consegnando una prova spesso sofferta e decisamente malinconica. A partire proprio dalla title track: otto minuti dolenti, chitarre che gemono e immagini funeste, con psichedelia ed epica capaci di divampare soltanto verso il finale. Pur più ironica e surrealista, “Stepping On A Rake” gronda lo stesso scoramento, facendogli assumere la forma di un blues lento e lacrimoso.
Tra la marcetta alienante di “Goon Show”, con un suono di chitarra compresso e sintetico, e il folk gotico di “Bye Bye Snake Eyes”, con un drammatico finale ricco d’archi, non mancano momenti in cui si allentano ritmi e toni, con pochi tocchi di basso o chitarra che quasi si incantano sul finale (“Stepping On A Rake”) o gli arpeggiati acustici di ballad à-la Bonnie "Prince" Billy a tratti rotti dalla cagnara australiana (“Fairyland Codex”). Quando Fiona Kitschin prende il timone delle parti vocali, al netto delle solite linee di chitarra stridenti e spezzettate, “Fairyland Codex” assume le sue forme più pop, come i giocosi tribalismi di “Bloodsport” e l’indie-rock ammiccante di “Teeth Marché”. Proverbialmente, è invece Liddiard a rovesciare la consueta dose di punk e garage con le performance canore raglianti della potente “Irukandji Syndrome” e della delirante “Dunning Kruger’s Loser Cruiser”.
A sigillare l’album troviamo “Moscovium”, momento lirico e dolente in cui il cantato apre sul baratro del frastuono noise elettrico degno del finale di un’opera di teatro dell’assurdo. “Fairyland Codex” testimonia la prolificità di una band che ha ormai un suono e un songwriting personale definito e che prosegue un percorso narrativo e concettuale ai confini di un mondo ormai degenerato.