Nota al grande pubblico per le sue
colonne sonore,
Hildur Guðnadóttir è e rimane compositrice talentuosa anche al di fuori del circuito delle sonorizzazioni. A testimoniarlo arriva il quinto album di materiale interamente personale, che dopo "
Chernobyl (Music From The Original TV Series)" la vede nuovamente sulla prestigiosa Deutsche Grammophon con un'opera corale che coinvolge in qualità di interpreti Eyvind Kang (viola), Liam Byrne (viola da gamba), Clare O'Connell (cello), Else Torp (
vocalist), Jessika Kenney (
vocalist), nonché Francesco Donadello in cabina di regia.
Comune è il punto di origine delle nove partiture in scaletta, tutte estratte dal diario sonoro dell'autrice, un archivio di appunti melodici raccolti nell'arco di sette anni, registrati sul telefono durante il normale trascorrere delle giornate. Un lavoro di compilazione costante dal quale vengono ripescate idee e sensazioni per essere convogliate in brani che ancora una volta, almeno in parte, esplorano l'interazione tra voce e archi. Un dialogo intenso tra fraseggi essenziali che si muovono in un fondale di sostanziale silenzio.
"Stimm" setta tale orientamento in apertura, definendo il tono complessivo di un insieme intimista, sostanzialmente crepuscolare, al quale la Guðnadóttir partecipa in parte anche quale esecutrice al violoncello - come nell'intensa "Erindi" - e al canto. Quel che si avverte è la sinergia alla base del lavoro comune attraverso cui vengono edificate strutture rigorose. Nella sola rivisitazione di "Fólk fær andlit", posta in chiusura, la musicista islandese diventa presenza solitaria, instaurando un dialogo con sé stessa a più voci che veste l'originale di una sacralità ancor più marcata.
Eleganza, elegia, un sapiente uso di reiterazione e variazione minima sono gli ingredienti di un tracciato conciso che torna a mettere in mostra le doti di una musicista dal talento cristallino, non a caso cara al compianto
Jóhann Jóhannsson e autrice di numerose collaborazioni di prestigio.