La fisicità ha sempre avuto un ruolo importante nella musica di
Kaitlyn Aurelia Smith. Le luminose ed estatiche creazioni passate non sono mai riuscite a nascondere del tutto la volontà dell'autrice di esplorare il formato canzone, pur ancorandone gli slanci a modulazioni sonore neoclassiche alla
Max Richter o alle pulsanti movenze minimal di
Terry Riley.
"Gush" è il disco più estroverso e pop dell'artista californiana. Glitch e Idm si modellano su stratificate cacofonie elettroniche dove primeggia il fedele Buchla Modular Synth; dietro le quinte angosciose e drammatiche soluzioni armoniche si agitano, stemperando
riff e ritornelli, in verità mai giocosi o danzabili, unica eccezione l'inquieta "Drip", che apre ingannevolmente l'album per poi indugiare in movenze sonore più simili a un'occhiata distratta che a uno sguardo intenso.
La comunicazione attraverso il linguaggio del corpo resta centrale in "Gush" (Kaitlyn è una praticante yoga ma anche una cultrice del ballo). Le elaborazioni strumentali sono colte, in costante ricerca di un codice espressivo che scavalchi quelle barriere concettuali che impediscono un vero dialogo tra gli opposti, non solo tra le persone ma anche tra gli oggetti, quest'ultimi ossessione costante delle teorie ambient-pop di Smith, che ricorre spesso al termine "sinestesia".
Il suono è per l'artista americana un continuo dialogo empatico tra immagini, pensieri, movimento e stati riflessivi. Un mondo interiore dove fisicità e meditazione convivono con regole e forme non usuali, come quelle che confluiscono nel campo gravitazionale dell'originale e splendida "Stare Into Me", una delle pagine più sensuali della musicista.
Le canzoni di "Gush" a volte assumono i connotati di moderni mantra elettronici (la sbarazzina "What's Between Us"), spesso hanno un piglio più leggero, ma le trame ritmiche difficilmente scuotono la fluidità delle soluzioni strumentali ("Urges"), infine risultano più convincenti e incisive quando prevale un tono più descrittivo ("Into Your Eyes").
Con il nuovo album, Kaitlyn Aurelia Smith osa e sperimenta con un pizzico di stravaganza che convince ("Both"), nello stesso tempo anticipa interessanti digressioni (i 44 secondi di "In The Dressing Room") e cerca di sfuggire alla routine conciliando sventatezza ("Feel Heard") e lucidità emotiva ("Almost", "Everything Combining"). Con qualche leggera sbavatura, frutto di una discesa nelle meno algide delizie della musica pop, il risultato è rassicurante ma mai prevedibile o ordinario.
"Gush" è il primo passo verso nuove strutture di musica dance, ma non meravigliatevi se inserendo alcune di queste tracce in una playlist difficilmente qualcuno scenderà in pista: questi sono
groove elettronici che scuotono le ossa più che i muscoli, eppure raramente ascolterete qualcosa di più fresco e corroborante di questi tempi.