Ryan Davis and The Roadhouse Band - New Threats From The Soul

2025 (Sophomore Lounge)
alt-country, Americana

Forse il nome Ryan Davis a molti non dirà nulla, nonostante sia uno degli artisti più in voga del momento in ambito alt-country e Americana (anche grazie al fatto che è co-fondatore del festival multimediale Cropped Out e ha creato un’etichetta discografica, la Sophomore Lounge).
Il motivo potrebbe dipendere dal fatto che è solo al suo secondo album solista dopo aver pubblicato cinque lavori con la band State Champion, attiva dal 2007 al 2018, una formazione che non ha trovato particolare fortuna in Europa mentre ha avuto un discreto successo negli States.
Originario di Louisville nel Kentucky, ora di stanza in Indiana, Ryan Davis insieme alla Roadhouse Band ha dato vita a un album dal grande fascino in cui il tema predominante è senza dubbio quello della fragilità umana intesa sotto diversi aspetti. I suoi testi sono densi, poetici e spesso ricchi di metafore che oscillano tra il tragicomico e il surreale.

L’album parte subito alla grande con il pezzo che dà il titolo all’album, il sound avvolgente con cui un discreto pianoforte, unito a una chitarra suonata con la tecnica dello slide, crea un’atmosfera da tipico saloon americano rende davvero difficile non muoversi al passo del suo ritmo incalzante. Le tracce hanno tutte una durata più lunga della media, oscillando tra i quasi sei minuti di “Monte Carlo/No Limits” e i quasi dodici di “Mutilation Spring”, che, insieme alla correlata, “Mutilation Falls” rappresenta il cuore emotivo e più oscuro dell’album.
“Mutilation Springs” si presenta come un racconto febbrile e quasi onirico caratterizzato da una strumentazione essenziale in cui spicca una chitarra acustica che disegna linee oscure e sonorità sottili simili a quelle proposte da Tim Rutili e i suoi Califone. L’atmosfera quasi disorientante concorre poi a dipingere un quadro vivido di angoscia e rassegnazione. “Mutilation Falls” è una ballata che evolve in un lento e cosmico crescendo intriso di malinconia e tormento; qui, strati di chitarre elettriche e droni di tastiera creano un paesaggio sonoro ampio e quasi visionario con modalità vicine a quelle dei canadesi Nap Eyes.

“Better If You Make Me” è un pezzo vibrante dall’andamento sostenuto che grazie ad ariosi archi e alla solita chitarra slide rappresenta uno dei vertici dell’album con una produzione pulita che valorizza la vocalità narrativa di Davis; facile trovare similitudini con David Berman, sia quando suonava con i Silver Jews che con il suo progetto solista Purple Mountains.
Da menzionare anche “The Simple Joy” pezzo dai toni più leggeri, arricchita però dai cori di Will Oldham (Bonnie “Prince” Billy). Una chitarra acustica dalle sfumature morbide e un basso dal timbro caldo definiscono la melodia, mentre i cori eterei di Oldham si fondono perfettamente con la voce di Davis creando un’armonia che potremmo definire consolatoria.

“New Threats From The Soul” è un album che richiede ascolti ripetuti per svelare tutti i suoi strati, ma che alla fine ricompensa con una profondità e una bellezza fuori dal comune. Parliamo infatti di un lavoro che consolida Ryan Davis come una voce essenziale per chi cerca un songwriting dai risvolti country onesto e genuino.

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