Ci sono musicisti la cui identità artistica va ben oltre il puro dettaglio discografico. Edwyn Collins non è stato solo il leader degli
Orange Juice, né l’artista dal successo
one-shot di “A Girl Like You”. Edwyn Collins è colui che ha svelato al mondo l’anima
soul e r&b del rock
underground, mettendo in fila in un attimo
Velvet Underground, Al Green, Eddie Cochran, i
Byrds, gli
Chic, Jonathan Richman e i
Beatles.
Un deciso romanticismo adolescenziale e una candida attitudine pop hanno marchiato a fuoco la carriera ultraquarantennale di Collins, creando uno spartiacque tra la critica più avvezza ai
riff incendiari del
punk e poi del
grunge, e quella più incline ad apprezzare il “non detto/fra le righe”, messaggi spesso più profondi di una dichiarazione di guerra al sistema.
Edwyn Collins è un poeta
naif, di quelli che raramente entrano nell’immaginario del rockettaro
made in Italy. Nessun problema: alla soglia dei sessant’anni (il prossimo 23 agosto) e con due ictus alle spalle che hanno marcato a fuoco lo stato di salute nell’ultimo ventennio, si cimenta con la raccolta di canzoni più solida e vitale della carriera.
“Nation Shall Speak Unto Nation” è una confessione a cuore aperto, una riflessione su gioie e ostacoli del vivere quotidiano, raccontata con la stessa genuinità degli esordi con gli Orange Juice. Una raccolta di undici canzoni che spaziano dal Northern-soul al country-folk-pop con una maestria e una qualità della scrittura che ben pochi autori possono permettersi.
Soffermatevi un attimo sull’apparentemente ordinaria “Strange New World”: il corposo e oscuro suono del basso e l’intreccio con tastiere, sax e chitarra hanno la stessa cupa malinconia dei
Morphine, mentre l’asciutta bellezza della
folk ballad “The Bridge Hotel” è un momento di serenità raccontato a denti stretti, con la consapevolezza di quanto sia effimera la felicità.
La fama di bravo ragazzo è stata lo stigma che finora ha impedito a molti di valutare la complessità dell’artista scozzese, ma basta un attimo per comprenderne la grandezza, come l’irresistibile e raffinato pop-soul di “Paper Planes” e la splendida bossa nova in chiave
lounge/soft-disco di “Rhythm Is My Own World”. Ma non sono le uniche frecce all’arco dell’album: il deciso passo Northern soul di “Sound As A Pound”, l’acerbo e svogliato fascino di “A Little Sign” e “The Heart Is A Foolish Little Thing”, l’inviolabile poetica magia di “The Mountain Are My Home”, la sapiente malinconia di “It Must Be Real” e il volutamente incerto timbro vocale della
title track (quasi a voler rappresentare le difficoltà post-ictus) comprovano che Edwyn Collins ha molto ancora da dire.
Meritano una citazione due musicisti coinvolti nella realizzazione dell'album: il produttore e tastierista Sean Read e Carwyn Ellis (leader dei
Colorama e membro dei
Rio 18), quest'ultimo autentico
factotum in qualità di polistrumentista (basso, chitarra, tastiere, banjo, percussioni, piano etc.).
Un po’ dispiace che Collins abbia dichiarato che “Nation Shall Speak Unto Nation” potrebbe essere l’ultimo disco della sua carriera, ma per un artista che ha fatto della sobrietà il costante punto di riferimento creativo, questo è il miglior testamento musicale possibile.