"Gost" apre con un bagliore il debutto di Mammo, producer di Amsterdam tutt'altro che nuovo nel panorama del clubbing. Di Ep, questo artista multiforme, attivo sotto diversi pseudonimi e fondatore delle etichette Nduja e Heaven Smile, ne ha già disseminati alcuni tra i più preziosi. "General Patterns", pubblicato su Short Span, è il primo disco fuori dalla sua costellazione di label: sei tracce di futurismo limpido e contemplativo, una rilettura dei dogmi distillati da Nuron/Fugue, Seefeel e quella costellazione di architetti sonori dell'elettronica sperimentale anni Novanta.
"Traversing A Raincloud" ne chiarisce subito l'intento: risonanze minimali e finezza timbrica che lavorano per sottrazione, con un rigore che ricorda Monolake. "Traction", con una sincronia appena sfasata, reinterpreta il verbo del dub techno più radicale. Muovendosi tra ritmi sospesi e nebbiosi ("Migration") e frammentazioni ritmiche scomposte ("Azahar"), il disco si rivela un congegno poetico, distante dalle logiche ipertrofiche della musica da club contemporanea: suoni nello spazio, privati dell'elemento sci-fi, come se il cosmo venisse filtrato attraverso una cassa acustica sommersa.
La drum machine è l'elemento meno astratto: attinge a un vocabolario sintetico classico e non viene manipolata se non nelle sue microfratture e variazioni infinitesimali, senza mai smarrire la nitidezza. Chiude "An Extension": diciotto minuti di sussurri cosmici in cui poliritmi a scorrimento lento, gravi profondi e pad si cuciono in un paesaggio sonoro che è dub solo per associazione, con la raffinatezza artigianale dei Brothomstates e il pionierismo di un primissimo Biosphere. Un brano che porta con sé tutto il peso di ciò che lo precede, e lo trasforma in qualcosa di definitivo.