Arriva un momento in cui scrivere brani diventa quasi un gesto istintivo, un riflesso maturato nel tempo. Anthony Naples, producer nato a Miami e ormai di stanza nella Grande Mela, riesce a rendere dignitose anche le derive più cheesy e a non far crollare nel grottesco atmosfere zuccherose: tutto merito dell'esperienza. "Scanners", tuttavia, è anche album convenzionale. Squisitamente house, sia chiaro: quella che profuma di notte avanzata, di dancefloor ovattati e alienazione da ritmo ostinato, con qualche reverenza verso l'opera di Loidis e Jesper Dahlbäck che di certo non guasta. Da un lato, i ritmi sono limpidi e funzionali come non mai. Dall'altro, questa maestria produttiva si scontra con una scrittura irregolare: l'opener lascia un po' perplessi, ma "Hi Lo" è magnetica e cattura con il suo groove vellutato su accordi ariosi.
Poi, "Somebody", che commuove con un pianoforte emozionale e glitchato, nostalgico come un ricordo d'infanzia. Quella di Naples è una house metropolitana, pensata per piste asettiche e inebrianti, e la perizia tecnica è incrollabile. È la scrittura a fare le bizze: ma proprio quando le emozioni sembrano virare nel teatrale, arriva 'Lifetimes' con la sua struttura deep millimetrica, il subwoofer che ondeggia e l'intenzione di fluttuare sospesi a mezz'aria.
La closing track richiama il Traumprinz più breakbeat di "U'll Be The King Of The Stars", anche se qui con un cucchiaio di zucchero in più. Ed è un po' questa la sensazione: un percorso altalenante. Non abbastanza per conquistare, ma sufficiente per non rimpiangere l'ascolto.