Le leggende viventi della techno, Karl Hyde e Rick Smith, tornano con un nuovo album che riprende il più classico suono degli Underworld e ci riporta a quella elettronica alternativa anni 90 che sa tanto di club underground, una musica non per tutti: non musica dance, non un genere da classifica, ma suoni in cui perdersi e riscoprirsi, da sentire prima di ascoltare, da intuire prima di capire.
Lo “Strawberry Hotel” degli Underworld è un luogo psichedelico e sfaccettato, quando ci si affaccia per così dire alla porta d’ingresso. Ma l’interno riporta più agli stessi sogni e visioni surreali e futuristiche che il duo ci ha regalato negli ultimi trent’anni, e l’onirismo sonoro che ne deriva non è quello morbido e seducente della psichedelia: è ancora e sempre tagliente, grezzo, abbacinante.
La costruzione delle atmosfere elettroniche viene sostenuta da una produzione moderna e attenta, che tuttavia non manca di indulgere nella riscoperta di quei suoni più classici – nostalgici, persino – che della band hanno deciso lo stile fin da quell’album cult, “Dubnobasswithmyheadman”, che usciva guarda caso proprio trent’anni fa, nel 1994.
Alcuni dei brani vengono guidati da liriche paradossali e nonsense, tra ragione e istinto, come sempre messe in ordine in un flusso di coscienza che si traduce in un cantato veloce e sciorinato, che non è rap ma è presentazione argomentativa che segue la stessa velocità della musica. Altri, invece, lasciano ampio spazio a cori, melismi, armonie e voci contraffatte, che mirano a messaggi celestiali.
Da una parte, quindi, i temi escono dagli schemi: “La ragazza-marmellata di fragole vede Topolino fuori dalla finestra/ Guardo in alto e vedo che è solo il mio riflesso”, canta Karl Hyde in “Denver Luna”. Sembra di leggere John Lennon. Dall’altra si colgono riflessioni più umane, immediate e profonde: “Il cambiamento potrebbe sembrarti un po’ strano all’inizio/ Ma continua a cambiare”, si ode in “Black Poppies”, l’intro del disco.
Il duo mostra quindi di saper maneggiare vari linguaggi e poter riscoprire le varie sfaccettature del proprio sound in più direzioni. Si può andare dall’elettronica stile indie di “Techno Shinkansen” – che potrebbe essere un brano di Four Tet – alla ossessiva e intransigente “And The Colour Red”, passando per la fantasia angelica di “Hilo Sky” e giù fino al trip-hop accelerato di” King Of Haarlem”.
E poi: la house psichedelica di “Sweet Lands Experience”, il lungo viaggio atmosferico di “Gene Pool” e la techno più classica e caratteristica di “Denver Luna”, il brano migliore del disco. Si sente che gli Underworld hanno imparato molto ma anche che, entrambi vicini ai 70 anni, sono più che mai decisi a restare sé stessi.
Scrivendo quindi una recensione di questo “Strawberry Hotel” come se fossimo su Tripadvisor, si può ripetere come dicevamo in apertura che non è un posto per tutti. È pronto ad accogliere i fan e i conoscitori del duo elettronico e della loro musica, ma apre le porte anche a chi vive la musica – quella sintetica e digitale, ma non solo – a un livello profondo, oltre e più in basso delle orecchie.